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domenica 4 febbraio 2007

AUTOGESTIONE AUTODERISIONE

Siamo alle soglie della quinta autogestione di questa scuola. Guardo intorno, e mi diverto ad osservare come, diversamente, vengono vissuti questi giorni di preparazione febbrile al grande evento dell’anno. Da una parte i rappresentanti e la spalla, il capo del servizio d’ordine: sudano, fremono, ce la mettono tutta per far riuscire quello che sarà il loro bambino, l’unica opera che lasceranno alla brevissima memoria della scuola. Dall’altro, gli Studenti, tutti affaccendati nelle solite e monotone insidie del vivere a scuola (compiti in classe, interrogazioni, code dalla merendara, le macchinette che ti fregano i soldi e i soliti che le prendono a pugni per riaverli). Una volta, condividevo le frenetiche agitazioni e speranze dei primi, ora quelle dei secondi: sinceramente, non so quale delle due posizioni sia migliore. Così, scagliato lontano anche l’ultimo residuo di impegno, abbandonata anche l’organizzazione del servizio d’ordine, me ne vado, magari un po’ invidioso, per i corridoi; vengo alle assemblee, sento e mi rendo conto che, purtroppo, niente continua a cambiare. Eh già. Il vecchio, classico, ed affettuoso problema del fancazzismo militante per i corridoi, il disinteresse totale per ogni tipologia di risentimento, di politica, di risoluzione dei problemi comuni, regna ed imperversa sovrano tra le mura dell’Aristofane. Si è perso ogni minimo interesse, proprio perché la comunità non ha più valore, conta solo il singolo e quanto è ben vestito (ebbene si, nessuno l’avrebbe mai detto, ma ora è questo il canone anche all’Aristofane!). Ma, ora, non è mia intenzione dilungarmi su quanto questa situazione sociale sia infima e degradante: scenderei nel banale, nel moralistico, e, forse ancora peggio, nel paternalistico. No, non è questo il mio intento, almeno, il titolo che ho scritto mi ricorda che devo parlare di altro. Il problema, però, è che questa breve descrizione dell’aristofanino medio, che tutti noi conosciamo, dovrebbe essere compresa dai rappresentanti d’istituto, dovrebbe essere considerata e risolta. Invece no. Quest’anno, addirittura, per far cazzeggiare meglio, è stata istituita la “Ludoteca”. Cos’è? Io non ci volevo credere, e non ci ho creduto sino al giorno del comitato studentesco di gennaio. Poi, l’incubo è diventato realtà. Grande istituzione che verrà ricordata negli annali, è la fondazione di un’aula dove saranno a disposizione giochi del calibro di Risiko, Monopoli ed altri; con annesso, chiaramente, servizio d’ordine che difenda, dai furti inevitabili di tutti i fan di questi giochi, che sicuramente non perderanno occasione per rimpinguare le proprie bustine dei carrarmatini o degli alberghi. Scusate, ma devo aver scordato perché stiamo autogestendo. Credo di aver dimenticato che senso ha tutto ciò, e lo penso dal momento in cui mi è stato detto “si autogestisce”, ma nessuno, per un solo istante, ha provato a pensare “ma perché lo facciamo?”. No, oggi si autogestisce e basta, è scritto sul programma per il quale mi hanno votato, che faccio, non lo rispetto? E quest’altr’anno chi mi vota poi? Cammino ancora per i corridoi, caffè alla mano, ma sono più cupo, rattristato: davvero tutto ha perso valore? Davvero niente ha più senso, se non per perdere sei giorni sputati di scuola? Sembra non avere senso neanche per chi, di solito, ce lo aveva… Una domanda mi affligge: che tutto ciò forse non abbia mai avuto valore? Avevano ragione quei professori dall’aria di antichi saggi che vaticinavano l’inutilità becera di tutto? No, a questo livello di disperazione ancora non sono arrivato: quegli insegnanti erano, e restano, stupidi gufi molesti. Una volta, un senso, per quanto vicino all’inconscio, velato e quasi nascosto, esisteva, ed era quello a fare la differenza.
Senza pensieri, senza parole. Non finisce qui: dopo l’istituzione della ludoteca, arriva il grande divieto: al servizio d’ordine è proibito giocare a carte, pena l’espulsione dal corpo. Naturale, scatta il sorrisino ironico: niente carte, però una partitina a Risiko… No, davvero, sembra non esserci più speranza per quest’anno.
Autogestione come dispersione, come campagna elettorale di accattonaggio; le idee erano di altri tempi, oggi vanno solo i sorrisi e le seghe programmate. Rassegnarsi?


(Simone)

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