Verrebbe da chiedersi perché, ma la maggior parte delle risposte sarebbe sbagliata. A dire il vero, ci si sarebbe anche potuti fermare a quel Rocky V, che aveva chiuso la saga degnamente, riportando Rocky alle radici. Rocky era storia ormai.
Ma Rocky è tornato. Non per i soldi, e neanche per la fama. Solo per la grande passione che lo ha sempre accompagnato. E da questo punto di vista Mr. Balboa assomiglia al suo interprete, quel Sylvester Stallone capace di calcare ancora le scene a 60 anni suonati con quella sicurezza e quel carisma che solo lui ha, rimettendo in gioco i valori che incarnava nel primo Rocky, e mettendoli a nudo davanti a chi con questi film è cresciuto. Certo, la dipartita di Ferruccio Amendola ha tolto molto al personaggio, e si sente. Ma le espressioni (o l’espressione?), la voglia di vivere di Rocky Stallone sono sempre gli stessi. E’ un romanzo moderno, espressione dell’irrazionalità umana, che gioisce nel soffrire.
E anche se alcuni personaggi non sono stati sviluppati in profondità come avrebbero dovuto, soprattutto il figlio di Balboa, la storia regge ed è difficile che lo spettatore si annoi. Lo svolgimento è sempre quello: viene fissato l’incontro, allenamento dei pugili, scontro finale. Uno sviluppo a dir poco ridondante, che ci ricorda nella sua ripetitività “Ritorno al Futuro III” o gli infiniti remake e capitoli di “Non aprite quella porta”. Ma al pubblico ciò non importa, nulla importa: tutto ciò che vuole è sangue e sudore, fama e vittorie. E lo ottiene.
Va detto che alcune cadute di stile potevano essere evitate, come la comparsata dell’ex pugile Mike Tyson e alcuni dialoghi che oltre a risultare melensi e patetici non aggiungono nulla all’essenza stessa del film.
La trama è semplice, ci troviamo ai giorni nostri, Rocky si è ritirato e gestisce un ristorante italiano (che ha chiamato “Adriana”) nella periferia di Philadelphia, dove intrattiene gli ospiti raccontando loro storie del suo passato. Si reca tutti i giorni al cimitero per pregare sulla tomba della moglie, morta prematuramente per un cancro. La boxe mondiale vive un momento di stasi, dovuto alla straripante supremazia del campione in carica, il giovane Mason Dixon, che non concede più di due riprese a nessun rivale sino a quel momento incontrato. Un giorno, durante un dibattito in TV, viene mostrato un confronto computerizzato tra Mason e Rocky, che ottiene un vasto successo di pubblico; i manager del giovane campione fiutano l’affare, e propongono a Rocky un incontro, senza cinture in palio, per risollevare l’immagine di entrambi gli atleti. Rocky accetta e comincia l’allenamento… E con le solite, indimenticabili musiche di Bill Conti si arriva al memorabile match.
Il finale epico lascia comunque una sensazione di incompletezza, forse Stallone avrebbe potuto osare di più; e forse, se lo avesse fatto, ora saremmo tutti qui a criticarlo per questo.
In conclusione, se siete stati catturati dalle storie passate di Rocky, questo ultimo episodio non vi deluderà affatto.
Ma Rocky è tornato. Non per i soldi, e neanche per la fama. Solo per la grande passione che lo ha sempre accompagnato. E da questo punto di vista Mr. Balboa assomiglia al suo interprete, quel Sylvester Stallone capace di calcare ancora le scene a 60 anni suonati con quella sicurezza e quel carisma che solo lui ha, rimettendo in gioco i valori che incarnava nel primo Rocky, e mettendoli a nudo davanti a chi con questi film è cresciuto. Certo, la dipartita di Ferruccio Amendola ha tolto molto al personaggio, e si sente. Ma le espressioni (o l’espressione?), la voglia di vivere di Rocky Stallone sono sempre gli stessi. E’ un romanzo moderno, espressione dell’irrazionalità umana, che gioisce nel soffrire.
E anche se alcuni personaggi non sono stati sviluppati in profondità come avrebbero dovuto, soprattutto il figlio di Balboa, la storia regge ed è difficile che lo spettatore si annoi. Lo svolgimento è sempre quello: viene fissato l’incontro, allenamento dei pugili, scontro finale. Uno sviluppo a dir poco ridondante, che ci ricorda nella sua ripetitività “Ritorno al Futuro III” o gli infiniti remake e capitoli di “Non aprite quella porta”. Ma al pubblico ciò non importa, nulla importa: tutto ciò che vuole è sangue e sudore, fama e vittorie. E lo ottiene.
Va detto che alcune cadute di stile potevano essere evitate, come la comparsata dell’ex pugile Mike Tyson e alcuni dialoghi che oltre a risultare melensi e patetici non aggiungono nulla all’essenza stessa del film.
La trama è semplice, ci troviamo ai giorni nostri, Rocky si è ritirato e gestisce un ristorante italiano (che ha chiamato “Adriana”) nella periferia di Philadelphia, dove intrattiene gli ospiti raccontando loro storie del suo passato. Si reca tutti i giorni al cimitero per pregare sulla tomba della moglie, morta prematuramente per un cancro. La boxe mondiale vive un momento di stasi, dovuto alla straripante supremazia del campione in carica, il giovane Mason Dixon, che non concede più di due riprese a nessun rivale sino a quel momento incontrato. Un giorno, durante un dibattito in TV, viene mostrato un confronto computerizzato tra Mason e Rocky, che ottiene un vasto successo di pubblico; i manager del giovane campione fiutano l’affare, e propongono a Rocky un incontro, senza cinture in palio, per risollevare l’immagine di entrambi gli atleti. Rocky accetta e comincia l’allenamento… E con le solite, indimenticabili musiche di Bill Conti si arriva al memorabile match.
Il finale epico lascia comunque una sensazione di incompletezza, forse Stallone avrebbe potuto osare di più; e forse, se lo avesse fatto, ora saremmo tutti qui a criticarlo per questo.
In conclusione, se siete stati catturati dalle storie passate di Rocky, questo ultimo episodio non vi deluderà affatto.
(Bolda)
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