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domenica 4 febbraio 2007

IL NODO VICENTINO: RIFIUTARE PER COMPRENSIONE, NON PER PACE

Vicenza. Una base di un’altra nazione già presente, accordi presi dal governo precedente, impegni diplomatici oramai cinquantennali, schiavitù e servilismo, dispotismo e tiranneggiante influenza. Gli ingredienti ci sono tutti. Ancora per una, triste ed esilarante, volta il nostro governo dimostra la sua debolezza, indipendentemente dalla mano con cui tiene la bandiera del “potere”, destra o sinistra. Ma qui la questione non è il governo, la sua forza, la sua capacità di interagire nei meccanismi internazionali, o la sua indipendenza dal vecchio padrone. Non ha importanza, perché qualsiasi colore avesse avuto il governo, il risultato non sarebbe cambiato: il capitalismo (riesumiamo i termini tecnici corretti) e la sua fase suprema, l’imperialismo, sono fatti di una sola medaglia; quante possano essere le facce, poi, non conta nulla. Proprio così. A Vicenza, a quanto sembra, buona parte della popolazione non vuole l’ampliamento della base, a costo di far perdere il posto di lavoro a quei milleduecento concittadini che da lì traggono nutrimento per la propria famiglia, i propri figli, cioè i propri averi. Situazione spinosa, ma la determinazione è dei popoli, mai dei loro governanti, sempre più riflessivi e disposti ad agire di propria, singolare, iniziativa. Sotto ricatto: o ampliate la base, ci dicono i nostri cari ed amichevoli “alleati”, oppure ce ne andiamo, trasferiamo tutto in Germania, e addio lavoro per quegli italiani impegnati con noi. Ora, decidete. Queste le trame della diplomazia, dietro le amicizie, si nascondono sempre i coltelli puntati tenuti da sorrisi brillanti. Ed ancora, dopo lunghe giornate, nelle quali i pacifici deputati di Rifondazione, dei comunisti italiani, dei Verdi & Co. , trepidavano attendendo le direttive inappellabili dell’amico Prodi, finalmente il Presidente si fa sentire: la base si amplierà, sempre fedeli ai nostri amici. Un pizzico di sincerità: qualcuno realmente si aspettava qualcosa di diverso? E così, in un cupo pomeriggio piovoso, mentre sentivo la notizia della discussione sulla base, il pensiero mi ritorna a temi mai più considerati, e che, purtroppo, sono ancora così vicini, agghiaccianti. L’imperialismo. Prima, citando, l’ho chiamato fase suprema del capitalismo. Qualcuno, sono sicuro, starà sogghignando, leggendo queste righe. Stolto. Assistiamo, silenti, inermi, con una certa aria di inevitabilità, al continuo, incessante tentativo di continuare una politica che vede, senza scrupoli, i primi paesi del mondo impegnati ad allargare i propri mercati, a ricercare nuove fonti di approvvigionamento fuori dai propri confini, invadendo, uccidendo, devastando, saccheggiando in nome di qualche ideale riesumato fuori dalla Storia per giustificare l’ondata, la congiuntura, di distruzione e morte di turno. Rifiutare l’allargamento della base di Vicenza deve configurarsi solo come un minuscolo passo, una goccia in mezzo al mare, che tutti dovremmo compiere: non con la speranza che il governo operi come da noi richiesto, perché ciò sarebbe andare contro le regole stesse del gioco, sarebbe scegliere una via che porterebbe al collasso stesso delle istituzioni repubblicane. Capito che, in realtà, la guerra è solo il segno inequivocabile delle profonde ferite del capitalismo, della sua, oramai, stantia vecchiaia, che, pur di sopravvivere ad ogni costo, barcolla, senza mollare, sfoderando l’ultima ferocia di cui è capace, prima del collasso internazionale che coinvolgerà tutti, dai colori dell’Africa all’opaca spregiudicatezza Americana. Rifiutare la base non nel nome della pace, che, oggi, non ha evidentemente nessuna possibilità di esistere: rifiutarla nel nome della verità, forti della comprensione strutturale che la guerra è solo un metodo per allontanare la visione della morte del sistema economico, rifiutare che le spire che oggi attanagliano l’Italia e le sue genti, noi uomini, un giorno colpiscano qualcun altro, o, peggio ancora, riescano ad impedire a noi di ribellarci, di creare un nuovo mondo realmente capace di invocare la pace e di ottenerla.

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