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domenica 4 febbraio 2007

Il Rugby Romano

Roma è sempre stata una città dove il rugby è stato protagonista; intendiamoci, mai ai livelli che le squadre del nord Italia raggiungono, ma comunque buono in relazione al fattore latitudine. Da sempre infatti si combatte una sfida impari tra le tante squadre del settentrione (Rovigo, Padova, Treviso, solo per citarne alcune) e quelle che si trovano al di sotto della Toscana, che purtroppo hanno poco seguito, pochi soldi, e una scarsa densità sul territorio.
Questo trend ha iniziato a cambiare verso la fine degli anni 90, quando una squadra romana, la Rugby Roma, già vincitrice di due scudetti in tempi remoti (1935 e 1950), forte di un ritrovato appeal verso il pubblico della capitale e uno sponsor importante a coprirle le spalle, dopo vari piazzamenti nel 2000 vinceva il campionato battendo in finale la squadra de L’Aquila. Purtroppo, subito dopo la vittoria, lo sponsor inspiegabilmente rinunciò all’accordo, lasciando un buco non indifferente nel bilancio del team; una prassi che ha ricordato a molti quella seguita dallo sponsor della pallavolo romana, che all’indomani dello scudetto (sempre nel 2000), abbandonava la squadra destinandola così al fallimento, anche se in quel caso le motivazioni erano differenti.
Dopo lo scudetto della Rugby Roma, sembrava che la scena romana avrebbe dovuto aspettare anni ed anni per vedere un’altra squadra ad alti livelli. Ed infatti così è stato. Nella scorsa stagione l’Unione Rugby Capitolina, formata abbastanza recentemente e supportata dall’alta finanza romana, dopo sei anni dall’ultima apparizione romana otteneva la promozione nel Super 10, massimo campionato italiano, dopo aver vinto tutte le partite disputate nel campionato inferiore e avendo battuto nello spareggio proprio i rivali cittadini della Rugby Roma.
Quest’anno, l’URC si sta ben comportando, e si tiene a distanza dall’ultimo posto, sinonimo di retrocessione. La speranza è che in breve tempo si possa riportare lo scudetto a Roma.

Fumetti











L'eleganza dell'animo

Herst amava con un’eleganza propria di chi, per tutta la vita, fosse stato educato solo a quello. Le sue maniere ricordavano vagamente quelle di antichi nobili francesi, pervase da una cortesia esagerata e da una pacatezza eccessiva. Più di una volta Sophie l’aveva visto intento a curare quel piccolo lembo di terra che con la tristezza del marrone delle sue piante avvolgeva la loro casa. Eppure Herst quello che faceva lo faceva con eleganza. Così il suo giardino, bruciato dal sole e dalla poca acqua che riceveva, rozzo e quasi umiliante a causa della sua nulla vivacità, veniva curato, le poche volte che Herst se ne ricordava, quasi fosse un gioiello di cui conservare la lucentezza significasse conservare il mondo. Non vi era in Herst alcuna traccia di collera o malinconia. Egli sembrava vivere in una realtà aliena in cui non ci fosse spazio per i sentimenti “comuni”. Ed effettivamente era proprio così. Herst non aveva il cuore dei suoi simili. Nelle notti d’inverno, tempestate di lampi e piogge, non provava quel senso di angoscia proprio di tutti gli uomini, nel momento in cui riconoscono la loro impotenza; nei giorni d’estate, quando la natura gli rendeva dono di tutta la propria bellezza, Herst non sentiva l’esplosione della poesia nelle proprie viscere.
Herst aveva amato una donna nella sua vita, e a questa aveva lasciato il proprio animo di umano. In una notte di cento anni prima lui e Juls avevano condiviso la forza attrattiva di una splendida alcova immersa nel mare del nord di una qualche zona terrestre. Si erano conosciuti nel porto di una zona un po’ più a sud di quella in cui avrebbero poi passato centinaia di giorni della loro vita; entrambi credevano di essere in viaggio per lavoro, ma come accade sempre ai comuni mortali, non avevano calcolato il caso. Si videro, si sorrisero, si invitarono a cena in un imbarazzante ripetere l’uno le parole dell’altra, e dopo due ore si scoparono. Lo fecero come se il mondo non avesse mai visto nessuno, prima di loro, farlo. La mattina partirono e senza rivolgersi parola si diressero nel paradiso terrestre. Herst sapeva dov’era, e Juls, in fondo, anche. Affittarono una Yatch, perché anche se i soldi non fanno la felicità, sono l’unico mezzo che permette all’uomo di fare quel cazzo che gli pare. E quando sei uno dei giornalisti più famosi del tuo pianeta e la tua compagna un’ affermata artista di soldi ne hai anche per andare in paradiso. Dopo quattro ore di viaggio finì il carburante, e lì, i due, trovarono il paradiso terrestre. Si amarono per due anni, come se il pianeta terra e l’universo non facessero altro che girare intorno al sesso di quei due amanti magici. Alcuni abitanti delle isole vicine avevano paura di quel piccolo scoglio in mezzo al mare. Alcuni dicevano che la notte gli spiriti dei due amanti prendevano il posto dei loro corpi e si univano in un amore superiore, che non era sesso, ma molto di più. Effettivamente Juls e Herst non scoparono mai di notte. Entrambi non avevano il coraggio di farlo. Herst credeva fosse un insulto, perché, diceva, nulla è più bello che il sole ed è lui che dobbiamo far impazzire di invidia ogni volta che guarderà il nostro amore. Altri indigeni del posto giurarono in seguito che negli anni in cui Juls e Herst si fermarono sull’isola il sole sembrasse offuscato. Quasi impallidisse di fronte alla potenza di un accadimento molto più forte della sua luce eterna. Quasi non potesse credere che, nel suo piccolo spazio di comando, qualcuno avesse avuto il coraggio di sfidarlo. Ma Juls morì, due anni dopo aver amato Herst ogni giorno e ogni ora. Herst la ritrovò priva dell’animo in un’alba fresca come la pioggia che il giorno prima aveva accompagnato il loro ultimo sesso. Versò una lacrima dopo di che iniziò ad asciugarsi il viso, ancora inconscio del fatto che le lacrime che si stava asciugando in realtà non stavano scendendo. L’unico pescatore che ancora aveva il coraggio di avvicinarsi a quell’isola, un vecchio abitante del porto di un altro scoglio vicino, disse che quella mattina vide una specie di aurea allontanarsi dall’isola e un’altra alzarsi al di sopra degli alberi e delle montagne per poi ridiscendere in picchiata, quasi fosse stata richiamata a casa. La prima era quella di Juls diretta in un iperuranio sconosciuto, la seconda quella di Herst diretta nei più tetri bassifondi della terra, intenta a scomparire per sempre. Quel giorno Herst perse l’animo. Da quel giorno tornò alla vita. La vita come la intendono gli umani. Trovò moglie, non l’amava, fece dei figli, non gli voleva bene, trovò lavoro, gli faceva schifo e vide tutti le persone che conosceva, ma che non erano care, morire prima di lui. Un giorno arrivò un giornalista di una Tv spagnola. Gli disse che lui era l’uomo più vecchio del mondo. E anche il più vecchio che ci fosse mai stato. Almeno ufficialmente, aggiunse con un sorriso dolciastro. Herst, che non calcolava più il suo tempo, ma solo quello dei suoi simili per esigenze di sopravvivenza, venne a sapere di avere 134 anni. Quel giorno capì che il corpo è nulla senz’animo. Gli scienziati non poterono mai parlarci. Quel giorno Herst scappò. Sull’isola in cui aveva amato per due anni l’unica donna della sua vita provò ad uccidersi in tutti i modi possibili. Non vi riuscì. Ed oggi, il sole e la luna, lo vedono ancora intento, ad intervalli di tempo regolari, cercare la morte, quasi fosse la vita…

(Piero)

LA STREET ART ROMANA

Venerdì 19 gennaio 2007 è stato presentato a San Lorenzo (Via dei Marsi) il progetto vincitore del concorso “Opere Murarie”. La mostra si sviluppa su due piani: nel primo si trova il dipinto murale vincitore del primo posto del concorso eseguito da Lucamaleonte, Sten e Lex, e nel piano inferiore si trovano alcune delle loro innumerevoli opere su tela.
La mostra è stata un fervido esempio di arte alternativa chiamata moving art: cos’è la moving art? Vi chiederete. E’ un nuovo concetto di esposizione di opere che escono dai canoni di quella che ognuno di noi, almeno credo, intende come mostra di opere. La moving art è volta alla produzione, diffusione e promozione delle attività di giovani artisti (in questo caso romani) e alla sperimentazione di progetti espositivi fuori dai normali canoni dell’arte.
Protagonisti indiscussi della mostra sono gli street artists Lucamaleonte, Sten e Lex conosciuti nell’ambito dell’underground romano. La sfida per i tre artisti è stata creare una “murata” all’interno di una pasticceria, luogo estremamente diverso da quello che è la strada. L’opera, facendo parte del progetto moving art, sarà fra due mesi sostituita da quella vincitrice del secondo posto.
Lucamaleonte, Sten e Lex oltre ad esporre le loro opere in spazi privati, usano i comunissimi muri romani per esporre le loro opere. Sono tre giovani artisti che hanno trovato, come tanti ragazzi di Roma, il loro personalissimo modo di esprimersi, in bilico tra l’illegale appropriazione di spazi pubblici e la legittima volontà di creare e di fare arte, perché è di arte che si parla, nel caotico, scuro e movimentato underground romano.

A tutti coloro che dicono che questa non è arte, Io rispondo che a mio avviso l’arte è ciò che è libero, che non ha canoni o regole da seguire, è un’immagine scaturita solo dalle emozioni che uno ha dentro e dalla sua libertà di espressione . Gli street artists scelgono come spazio per la loro espressività, le loro storie e la loro vitalità, la strada e i muri comuni. Uno di loro mi ha detto: “scrivere illegalmente ti dà quell’adrenalina e quella precisione che sai di dover mettere nel pezzo o nello stencil che crei, così ché chi passa e vede la tua opera sa chi sei, sa perché quel soggetto e sa che quel nome scritto è garanzia di stile e di arte, anche se questo non viene visto proprio da tutti” e ridendo aggiunge: “anzi quasi da nessuno!”.
Concluderei con una frase di un detto che recita: “ la tua libertà finisce quando inizia quella altrui” ed è proprio su questo sottilissimo filo che si colloca la filosofia delle opere della street arte degli street artists.

INFO:
DURATA DELLA MOSTRA: La mostra è aperta dal 19 gennaio al 18 marzo 2007
SEDE:
Moving Gallery Bocca di Dama , Via dei Marsi 2-4-6 (S. Lorenzo)
ORARI APERTURA:
dal martedì al sabato dalle 11,00 alle 19,00
SITO INTERNET: www.movinggallery.com
INFOLINE:
06 44 34 11 54

(Giorgio)

IL NODO VICENTINO: RIFIUTARE PER COMPRENSIONE, NON PER PACE

Vicenza. Una base di un’altra nazione già presente, accordi presi dal governo precedente, impegni diplomatici oramai cinquantennali, schiavitù e servilismo, dispotismo e tiranneggiante influenza. Gli ingredienti ci sono tutti. Ancora per una, triste ed esilarante, volta il nostro governo dimostra la sua debolezza, indipendentemente dalla mano con cui tiene la bandiera del “potere”, destra o sinistra. Ma qui la questione non è il governo, la sua forza, la sua capacità di interagire nei meccanismi internazionali, o la sua indipendenza dal vecchio padrone. Non ha importanza, perché qualsiasi colore avesse avuto il governo, il risultato non sarebbe cambiato: il capitalismo (riesumiamo i termini tecnici corretti) e la sua fase suprema, l’imperialismo, sono fatti di una sola medaglia; quante possano essere le facce, poi, non conta nulla. Proprio così. A Vicenza, a quanto sembra, buona parte della popolazione non vuole l’ampliamento della base, a costo di far perdere il posto di lavoro a quei milleduecento concittadini che da lì traggono nutrimento per la propria famiglia, i propri figli, cioè i propri averi. Situazione spinosa, ma la determinazione è dei popoli, mai dei loro governanti, sempre più riflessivi e disposti ad agire di propria, singolare, iniziativa. Sotto ricatto: o ampliate la base, ci dicono i nostri cari ed amichevoli “alleati”, oppure ce ne andiamo, trasferiamo tutto in Germania, e addio lavoro per quegli italiani impegnati con noi. Ora, decidete. Queste le trame della diplomazia, dietro le amicizie, si nascondono sempre i coltelli puntati tenuti da sorrisi brillanti. Ed ancora, dopo lunghe giornate, nelle quali i pacifici deputati di Rifondazione, dei comunisti italiani, dei Verdi & Co. , trepidavano attendendo le direttive inappellabili dell’amico Prodi, finalmente il Presidente si fa sentire: la base si amplierà, sempre fedeli ai nostri amici. Un pizzico di sincerità: qualcuno realmente si aspettava qualcosa di diverso? E così, in un cupo pomeriggio piovoso, mentre sentivo la notizia della discussione sulla base, il pensiero mi ritorna a temi mai più considerati, e che, purtroppo, sono ancora così vicini, agghiaccianti. L’imperialismo. Prima, citando, l’ho chiamato fase suprema del capitalismo. Qualcuno, sono sicuro, starà sogghignando, leggendo queste righe. Stolto. Assistiamo, silenti, inermi, con una certa aria di inevitabilità, al continuo, incessante tentativo di continuare una politica che vede, senza scrupoli, i primi paesi del mondo impegnati ad allargare i propri mercati, a ricercare nuove fonti di approvvigionamento fuori dai propri confini, invadendo, uccidendo, devastando, saccheggiando in nome di qualche ideale riesumato fuori dalla Storia per giustificare l’ondata, la congiuntura, di distruzione e morte di turno. Rifiutare l’allargamento della base di Vicenza deve configurarsi solo come un minuscolo passo, una goccia in mezzo al mare, che tutti dovremmo compiere: non con la speranza che il governo operi come da noi richiesto, perché ciò sarebbe andare contro le regole stesse del gioco, sarebbe scegliere una via che porterebbe al collasso stesso delle istituzioni repubblicane. Capito che, in realtà, la guerra è solo il segno inequivocabile delle profonde ferite del capitalismo, della sua, oramai, stantia vecchiaia, che, pur di sopravvivere ad ogni costo, barcolla, senza mollare, sfoderando l’ultima ferocia di cui è capace, prima del collasso internazionale che coinvolgerà tutti, dai colori dell’Africa all’opaca spregiudicatezza Americana. Rifiutare la base non nel nome della pace, che, oggi, non ha evidentemente nessuna possibilità di esistere: rifiutarla nel nome della verità, forti della comprensione strutturale che la guerra è solo un metodo per allontanare la visione della morte del sistema economico, rifiutare che le spire che oggi attanagliano l’Italia e le sue genti, noi uomini, un giorno colpiscano qualcun altro, o, peggio ancora, riescano ad impedire a noi di ribellarci, di creare un nuovo mondo realmente capace di invocare la pace e di ottenerla.

Biografie Immaginarie

Simone Famularo nacque a Piccola Capri il 21 novembre del 1988. Fin dai primi anni della sua infanzia diede mostra del suo fervore intellettuale fondando, all’età di 10 anni, la società ASPA “Agenti Segreti Per Amore”. Alle scuole medie si iscrisse all’istituto “Ettore Majorana”, intrecciando rapporti con numerose ragazze, ma impegnandosi anche in attività politiche. Trascorse questi anni nel peccato, conducendo vita lussuriosa e accompagnandosi a donne di malaffare. Finalmente arrivarono gli anni del liceo, gli anni più politici della sua vita. All’Aristofane divenne in due anni il più grande leader carismatico di sempre, entrando in contrasto con il preside Salamone. Attività, progetti, scioperi, autogestioni, occupazioni e molto altro colmarono la vita del futuro storico. Fondò il Dissidente, giornale politico-culturale, e fu sempre affiancato da fedeli compagni quali Manzari, Tullia e lo stesso Trecca. Durante l’ultimo anno di studi si ritirò dalla vita politica istituzionale per protestare contro lo strapotere del preside, lasciando l’istituto scolastico nelle mani di folli rappresentanti degli studenti. Per tutti gli anni giovanili sarà presente nel Famularo il sogno della rivoluzione, del sovvertimento dell’ordine sociale e statale. Finito il liceo si iscrisse alla facoltà di storia e contemporaneamente iniziò a scrivere la sua opera più magnificente: “Vite filosofiche”. Sposata Valeria, luce della sua vita fin dagli anni liceali, si ritirò a vita privata dopo aver raggiunto la ricchezza con il suo libro. Considerato un modello di vita da numerosi seguaci e idolatrato da una setta che si ispirò alle sue idee politiche e filosofiche, Famularo morì assassinato da un fanatico fascista all’età di 73 anni, il giorno stesso in cui Washington bombardò la Piazza Rossa, dichiarando guerra alla Russia. Nella sua casa fu trovata la sua ultima opera “dove sbagliò Marx e come il comunismo tornerà al potere”, ancora oggi giudicata la vera bibbia del pensiero comunista. Sottolineò sempre di aver dato via tutta la propria ricchezza e di aver tenuto solamente il necessario a sostentarsi. Scrisse pochi giorni prima di morire: “torno là da dove sono venuto: nell’universo. E agli amici dico di non preoccuparsi. Il vostro Dio è comunista”.

Angelo Trecca nacque a Roma il 2 ottobre del 1987. dopo un’infanzia felice, trascorsa tra gli agii della ricca casa famigliare, si iscrisse al liceo Classico “Orazio”, ma a causa del suo eccentrico carattere fu bocciato al termine del primo anno. Il 2002/2003 fu l’anno della svolta. Trecca si iscrisse all’ “Aristofane” dove avrebbe trascorso gli anni più producenti della sua attività filosofico-letteraria. Alcune testimonianze filologiche, raccolte dallo storico Famularo, parlano di una poesia d’amore recitata in un’aula di lezione durante il secondo anno “con commovente beatitudine rischiarò il grigio cielo dell’esistenza liceale de’ suoi compagni” (da “Vite filosofiche”, Simone Famularo). In questi anni il Trecca divenne una vera autorità della scuola, occupandosi del controllo del servizio d’ordine durante le autogestioni e promuovendo numerose attività e progetti tra cui una campagna di sensibilizzazione ecologica, che si poneva l’obiettivo di convincere il maggior numero possibile di persone a venire a scuola in bicicletta. Famose anche le sue lezioni di vita, espresse tramite aulici aforismi. Memorabile il giorno in cui si rivolse alla Professoressa Vicari, famosa studiosa di glottologia inglese dell’epoca, affermando “Professoressa, perché non andiamo tutti a raccogliere le mele sugli alberi?”. Nelle sue “Vite filosofiche” Famularo ci ricorda, tra l’altro, il Trecca impegnato in una giornata primaverile del terzo anno a donare un sorriso a tutto il liceo, girovagando con una corona di margherite sul capo. Il quarto anno fu quello della conversione e dell’incontro con il vero amore: Maria. Sono gli anni in cui il Trecca non avrà più dubbi sulla felicità dell’esistenza, ma soprattutto in cui matterà a punto la sua filosofia positivo-ottimista, basata sulla forte credenza religiosa. Finiti gli studi si dedicò alla ricerca di Dio, divenendo la più grande autorità teologica della storia. Morì nel 2077 all’età di 90 anni mentre riceveva in visita alcuni suoi ex-compagni di studi. Sembra che la sua ultima frase sia stata “Per arrivare alla sorgente bisogna andare contro corrente”.

(Piero)

The Velvet Underground

Non un disco. IL DISCO. Immaginate i club peggiori di tutta New York, i sobborghi più malfamati, le strade più buie, le droghe più forti, il sesso più estremo. Immaginate la voglia di vomitare, ma quella forte, dopo una sbronza; il ballo sfrenato, la testa che pesa, il cerchio alla testa, la testa che crolla all’indietro, l’ago e la vena. Ascoltate il disco. Ho reso l’idea?
Bhe pensate che questo disco è partorito da questi contesti, perla nera in un mondo sbiadito, disilluso, sfatto, apparente dove l’unico vero motivo per andare avanti è solo il bisogno di un altro “schizzo”. I Velvet Underground cantano il loro mondo, nell’unico modo in cui è possibile cantarlo, tramutando la realtà in una musica tanto sporca quanto lo è la loro vita. Camuffando dietro alle distorsioni delle chitarre e all’angoscioso tremore della viola tutte le loro paure e bisogni primari, senza tabù, con violenza e ossessione.
Dopo due anni di gavetta e censure per i testi troppo espliciti delle loro fantasie sonore incontrano in Andy Warhol il loro guru, il loro patronus. Una figura così influente e carismatica che sarà in grado di tenere le redini del gruppo e di produrre IL DISCO nel 1967 e che affiancherà a Reed e Cale il volto di Nico, bionda femme fatale, antesignana del dark, voce profonda e sguardo gelido.
Il rapporto fu sempre conflittuale fra Lou Reed e Nico che non voleva assolutamente cederle il ruolo di “prima donna” della band. La stupenda voce calda di Nico fu allora relegata in tre canzoni “Femme Fatale, All tomorrow’s Parties, I’ll be your mirror”, addirittura doveva essere lei a cantare “Sunday Morning” l’overture dove l’alone di quiete e pace dovuto allo xilofono è in antitesi con i versi pieni di inquietudine, registrata poi da Reed con una voce sovraincisa più volte avvolta di echi eterei. Il beat puro di “I’m waiting for the man” ci riporta a terra, anzi sottoterra, aspettando l’uomo che ti faccia non-vivere consegnandoti per 26 dollari la dose per passare la giornata. Ma è con “Venus In Furs” che si tocca l’apice del disco. Scena di amore sadomaso, pellicce di ermellino, stivali e frusta per una girlchild che colpisce fino a far sanguinare il suo servo Severin. Atmosfera indiana, fischio perenne, chitarra stridula-distorta, e viola; al coronare il tutto la voce ipnotica, assente, di Lou Reed. “Run, Run, Run” , dove un assolo acido devasta l’atmosfera gia martellante e asfissiante, racconta le vite parallele di molti figli dell’underground (leitmotiv anche nella solista “Walk On The Wild Side”) mentre il manifesto di Reed è decisamente “Heroin”, testo agghiacciante, nichilismo puro in un ritmo prima calmo e poi febbricitante. “Heroin, be the death of me. Heroin, it's my wife and it's my life, ha-ha Because a mainer to my vein Leads to a center in my head And then I'm better off than dead” Eroina, che tu sia la mia morte. Eroina, sei mia moglie e la mia vita, perché un ago nella vena porta al centro della testa e sto meglio che se fossi morto”. La conclusione “European Son” impazzisce dopo poco più di un minuto e per sei minuti assistiamo a un baccanale uditivo che ci stravolge gia dal primo rombo di chitarra che sembra un barrito di un elefante assetato. Un disco paradigmatico, a mio avviso semplicemente stupendo.
CURIOSITA’: La celebre banana in copertina nelle prime copie in vinile era “sbucciabile” lasciando scoperta una banana rosa ed è stata creata da Andy Warhol. Il disco fu registrato in uno scadente studio di New York in due giorni a metà del ’66.


(Carmine)

APOCALYPTO

Zampa di Giaguaro è un indigeno Maya che vive la quotidianità delle sue primordiali condizioni. Sin dall'inizio si comprende che ha una prospettiva di vita piuttosto pacifica, ha un primo figlio e ne aspetta un secondo dalla moglie. Di ritorno da una battuta di caccia, una volta coricatosi, ha una sorta di macabro sogno premonitore. Al risveglio, ha appena il tempo di realizzare che una tribù nemica sta invadendo e saccheggiando il villaggio in cui vive con la propria famiglia; si adopera immediatamente per metterla in salvo, e ci riesce; tuttavia, pur lottando strenuamente, non riesce a salvare se stesso, e viene sottratto alla sua gente come alcuni altri suoi “concittadini”. Viene portato al vertice di un tempio, ma prima di essere sacrificato riesce a fuggire attraverso la giungla e tornare dai suoi. A questo punto scorge qualcosa che non si aspettava: alcune imbarcazioni si avvicinano alle coste della sua terra; gli uomini che le guidano hanno abiti mai visti prima, ma sicuramente poco rassicuranti, al punto che ha la spontanea reazione di nascondersi, e solo allora comprendiamo il significato autentico del titolo della pellicola. Il resto è storia.
Mel Gibson sceglie una civiltà a noi lontana per rappresentare la sua tesi, e viene travolto dalle polemiche. Sceglie di mostrare appieno la violenza all'interno di una civiltà che siamo portati a figurarci come idilliaca, e viene frenato, per quello che è possibile, in ogni cinema d'Europa.
Il film ci racconta un momento particolare della storia del misterioso popolo Maya, spostando continuamente la nostra attenzione dal protagonista in quanto essere umano, mentre si relaziona con l'ambiente che lo circonda (uomini, piante e animali, come uniti in un'unica categoria), ad una visione più ampia dei fatti, in attesa di scoprire chi è quel terzo elemento -che si rivelerà essere la spedizione coloniale spagnola- che abbiamo avuto la sensazione abbia assistito in silenzio a tutta la vicenda accanto a noi. Tralasciando le insinuazioni di razzismo da parte di chi ha troppi scheletri nell'armadio per riuscire a tacere, viene mostrata la debolezza una civiltà corrosa all'interno, in qualche modo già conquistata prima dell'avvento dei conquistatori, nei confronti dei quali non è affatto esclusa la possibilità di biasimo.

(Lorenzo)

AUTOGESTIONE AUTODERISIONE

Siamo alle soglie della quinta autogestione di questa scuola. Guardo intorno, e mi diverto ad osservare come, diversamente, vengono vissuti questi giorni di preparazione febbrile al grande evento dell’anno. Da una parte i rappresentanti e la spalla, il capo del servizio d’ordine: sudano, fremono, ce la mettono tutta per far riuscire quello che sarà il loro bambino, l’unica opera che lasceranno alla brevissima memoria della scuola. Dall’altro, gli Studenti, tutti affaccendati nelle solite e monotone insidie del vivere a scuola (compiti in classe, interrogazioni, code dalla merendara, le macchinette che ti fregano i soldi e i soliti che le prendono a pugni per riaverli). Una volta, condividevo le frenetiche agitazioni e speranze dei primi, ora quelle dei secondi: sinceramente, non so quale delle due posizioni sia migliore. Così, scagliato lontano anche l’ultimo residuo di impegno, abbandonata anche l’organizzazione del servizio d’ordine, me ne vado, magari un po’ invidioso, per i corridoi; vengo alle assemblee, sento e mi rendo conto che, purtroppo, niente continua a cambiare. Eh già. Il vecchio, classico, ed affettuoso problema del fancazzismo militante per i corridoi, il disinteresse totale per ogni tipologia di risentimento, di politica, di risoluzione dei problemi comuni, regna ed imperversa sovrano tra le mura dell’Aristofane. Si è perso ogni minimo interesse, proprio perché la comunità non ha più valore, conta solo il singolo e quanto è ben vestito (ebbene si, nessuno l’avrebbe mai detto, ma ora è questo il canone anche all’Aristofane!). Ma, ora, non è mia intenzione dilungarmi su quanto questa situazione sociale sia infima e degradante: scenderei nel banale, nel moralistico, e, forse ancora peggio, nel paternalistico. No, non è questo il mio intento, almeno, il titolo che ho scritto mi ricorda che devo parlare di altro. Il problema, però, è che questa breve descrizione dell’aristofanino medio, che tutti noi conosciamo, dovrebbe essere compresa dai rappresentanti d’istituto, dovrebbe essere considerata e risolta. Invece no. Quest’anno, addirittura, per far cazzeggiare meglio, è stata istituita la “Ludoteca”. Cos’è? Io non ci volevo credere, e non ci ho creduto sino al giorno del comitato studentesco di gennaio. Poi, l’incubo è diventato realtà. Grande istituzione che verrà ricordata negli annali, è la fondazione di un’aula dove saranno a disposizione giochi del calibro di Risiko, Monopoli ed altri; con annesso, chiaramente, servizio d’ordine che difenda, dai furti inevitabili di tutti i fan di questi giochi, che sicuramente non perderanno occasione per rimpinguare le proprie bustine dei carrarmatini o degli alberghi. Scusate, ma devo aver scordato perché stiamo autogestendo. Credo di aver dimenticato che senso ha tutto ciò, e lo penso dal momento in cui mi è stato detto “si autogestisce”, ma nessuno, per un solo istante, ha provato a pensare “ma perché lo facciamo?”. No, oggi si autogestisce e basta, è scritto sul programma per il quale mi hanno votato, che faccio, non lo rispetto? E quest’altr’anno chi mi vota poi? Cammino ancora per i corridoi, caffè alla mano, ma sono più cupo, rattristato: davvero tutto ha perso valore? Davvero niente ha più senso, se non per perdere sei giorni sputati di scuola? Sembra non avere senso neanche per chi, di solito, ce lo aveva… Una domanda mi affligge: che tutto ciò forse non abbia mai avuto valore? Avevano ragione quei professori dall’aria di antichi saggi che vaticinavano l’inutilità becera di tutto? No, a questo livello di disperazione ancora non sono arrivato: quegli insegnanti erano, e restano, stupidi gufi molesti. Una volta, un senso, per quanto vicino all’inconscio, velato e quasi nascosto, esisteva, ed era quello a fare la differenza.
Senza pensieri, senza parole. Non finisce qui: dopo l’istituzione della ludoteca, arriva il grande divieto: al servizio d’ordine è proibito giocare a carte, pena l’espulsione dal corpo. Naturale, scatta il sorrisino ironico: niente carte, però una partitina a Risiko… No, davvero, sembra non esserci più speranza per quest’anno.
Autogestione come dispersione, come campagna elettorale di accattonaggio; le idee erano di altri tempi, oggi vanno solo i sorrisi e le seghe programmate. Rassegnarsi?


(Simone)

Rocky è tornato

Verrebbe da chiedersi perché, ma la maggior parte delle risposte sarebbe sbagliata. A dire il vero, ci si sarebbe anche potuti fermare a quel Rocky V, che aveva chiuso la saga degnamente, riportando Rocky alle radici. Rocky era storia ormai.
Ma Rocky è tornato. Non per i soldi, e neanche per la fama. Solo per la grande passione che lo ha sempre accompagnato. E da questo punto di vista Mr. Balboa assomiglia al suo interprete, quel Sylvester Stallone capace di calcare ancora le scene a 60 anni suonati con quella sicurezza e quel carisma che solo lui ha, rimettendo in gioco i valori che incarnava nel primo Rocky, e mettendoli a nudo davanti a chi con questi film è cresciuto. Certo, la dipartita di Ferruccio Amendola ha tolto molto al personaggio, e si sente. Ma le espressioni (o l’espressione?), la voglia di vivere di Rocky Stallone sono sempre gli stessi. E’ un romanzo moderno, espressione dell’irrazionalità umana, che gioisce nel soffrire.
E anche se alcuni personaggi non sono stati sviluppati in profondità come avrebbero dovuto, soprattutto il figlio di Balboa, la storia regge ed è difficile che lo spettatore si annoi. Lo svolgimento è sempre quello: viene fissato l’incontro, allenamento dei pugili, scontro finale. Uno sviluppo a dir poco ridondante, che ci ricorda nella sua ripetitività “Ritorno al Futuro III” o gli infiniti remake e capitoli di “Non aprite quella porta”. Ma al pubblico ciò non importa, nulla importa: tutto ciò che vuole è sangue e sudore, fama e vittorie. E lo ottiene.
Va detto che alcune cadute di stile potevano essere evitate, come la comparsata dell’ex pugile Mike Tyson e alcuni dialoghi che oltre a risultare melensi e patetici non aggiungono nulla all’essenza stessa del film.
La trama è semplice, ci troviamo ai giorni nostri, Rocky si è ritirato e gestisce un ristorante italiano (che ha chiamato “Adriana”) nella periferia di Philadelphia, dove intrattiene gli ospiti raccontando loro storie del suo passato. Si reca tutti i giorni al cimitero per pregare sulla tomba della moglie, morta prematuramente per un cancro. La boxe mondiale vive un momento di stasi, dovuto alla straripante supremazia del campione in carica, il giovane Mason Dixon, che non concede più di due riprese a nessun rivale sino a quel momento incontrato. Un giorno, durante un dibattito in TV, viene mostrato un confronto computerizzato tra Mason e Rocky, che ottiene un vasto successo di pubblico; i manager del giovane campione fiutano l’affare, e propongono a Rocky un incontro, senza cinture in palio, per risollevare l’immagine di entrambi gli atleti. Rocky accetta e comincia l’allenamento… E con le solite, indimenticabili musiche di Bill Conti si arriva al memorabile match.
Il finale epico lascia comunque una sensazione di incompletezza, forse Stallone avrebbe potuto osare di più; e forse, se lo avesse fatto, ora saremmo tutti qui a criticarlo per questo.
In conclusione, se siete stati catturati dalle storie passate di Rocky, questo ultimo episodio non vi deluderà affatto.

(Bolda)

HIV = AIDS

Anime
Immonde
Di
Scienziati

Hanno
Inventato
Virus



Quella di cui sto per parlare sarebbe, se si rivelasse vera, probabilmente la più grande truffa mai compiuta ai danni dell’umanità. Una pagina di questo giornale non è certo il luogo più adatto per una completa dissertazione scientifica (di cui ci sarebbe bisogno) sul problema, né io possiedo le competenze adatte per un’operazione di questo tipo. Quest’articolo è semplicemente un restrittivo (sicuramente troppo) riassunto di alcune mie letture e ricerche che mi hanno lasciato a bocca aperta e con mille domande in testa. Ma spero che riesca a ottenere lo stesso effetto anche su di voi.

Negli anni 70 il scienziato Peter H. Deuesberg riuscì a decodificare la sequenza dei geni dei retrovirus, a cui appartiene il virus dell’HIV. I retrovirus isolati fino ad oggi sono circa 200 e sono tutti considerati assolutamente innocui. Tutti eccetto l’HIV, che sarebbe la causa della più famosa e terribile malattia del nostro secolo: l’AIDS.
Più precisamente l’AIDS è un’immunodeficienza, ovvero una carenza di difese immunitarie. Per determinare la presenza dell’AIDS si sottopone il presunto malato ad un test per verificare la positività agli anticorpi dell’HIV. Se la persona risulta positiva al test (ossia nel suo corpo sono presenti anticorpi, ma NON il virus) ed inoltre presenta uno dei 29 mali (polmonite, diarrea, herpes, candidasi ecc.) considerati sintomi dell’AIDS, è considerata malata. Se il soggetto è positivo al test ma sta bene è considerato “malato asintomatico”. Questa mancanza di correlazione tra risultati del test e malattia è indubbiamente sconcertante.
Tutto questo quando, al giorno d’oggi, “se ci fosse la prova che l’HIV causa l’AIDS dovrebbero esserci dei documenti scientifici che lo dimostrano, o che almeno ne indichino un’alta probabilità. Ma non c’è alcun documento.” Parole del Dr. Kary Mullis, premio Nobel nel 1993 per la Farmaceutica.
Eppure l’equazione HIV=AIDS è data per scontata. Ed un malato può anche non presentare sintomi per tutta la vita ma sarà comunque un malato. Ma l’aspetto più inquietante della vicenda forse sta nel fatto che il farmaco utilizzato per curare la malattia potrebbe essere proprio la causa di essa. L’AZT fu messo a punto nel 1964. Inizialmente considerato letale, non ne fu chiesto neanche il brevetto. Improvvisamente, nel 1986, fu messo in commercio come farmaco contro l’AIDS. L’AZT blocca i processi di duplicazione del DNA ed impedisce la formazione di nuove cellule. Ma non fa alcuna distinzione tra virus e cellule sane. Dunque neanche quelle responsabili della difesa immunitaria. E l’AIDS è un’immunodeficienza.
Per concludere chiediamoci dov’è che l’AIDS ha raggiunto livelli da epidemia. In Europa? In America? Ma no… non è difficile… Ma naturalmente in Africa, dove sembra che i sieropositivi siano più di 8 milioni. Ma non i malati sintomatici. Poco male, non c’è sicuramente scarsità di malattie lì da loro. La malnutrizione ne causa a bizzeffe. Ed allora: sieropositivo + diarrea = AIDS.
Ma l’Occidente in tutto ciò non sta certo a guardare. Spinto dal suo solito spirito altruista ecco che stanzia milioni e milioni per l’acquisto dei medicinali da mandare in Africa. Medicinali prodotti soltanto dalla potentissima multinazionale inglese GLAXO. Nella storia non sono mai stati dati tanti finanziamenti per la lotta ad una malattia di quanti ne siano stati dati per l’AIDS. Ma se i medicinali donati non bastano si può sempre ricorrere al prestito della Banca Mondiale. Con conseguente indebitamento e ricatto.
Al giorno d’oggi il movimento dei dissenzienti alla teoria ufficiale sull’AIDS conta oltre 700 firme tra virologi, infettologi, epidemiologi e altri specialisti, tra cui 3 premi Nobel. Ed è paradossale e preoccupante allo stesso tempo che stiano lottando per dimostrare che l’ipotesi HIV = AIDS sia falsa, quando nessuno ha ancora dimostrato che è vera.

“ Se si smettesse di usare il test HIV, l’epidemia africana di AIDS scomparirebbe”
Dr. David Rasnick, commissione presidenziale sudafricana.


(Giovanni)