Bhe pensate che questo disco è partorito da questi contesti, perla nera in un mondo sbiadito, disilluso, sfatto, apparente dove l’unico vero motivo per andare avanti è solo il bisogno di un altro “schizzo”. I Velvet Underground cantano il loro mondo, nell’unico modo in cui è possibile cantarlo, tramutando la realtà in una musica tanto sporca quanto lo è la loro vita. Camuffando dietro alle distorsioni delle chitarre e all’angoscioso tremore della viola tutte le loro paure e bisogni primari, senza tabù, con violenza e ossessione.
Dopo due anni di gavetta e censure per i testi troppo espliciti delle loro fantasie sonore incontrano in Andy Warhol il loro guru, il loro patronus. Una figura così influente e carismatica che sarà in grado di tenere le redini del gruppo e di produrre IL DISCO nel 1967 e che affiancherà a Reed e Cale il volto di Nico, bionda femme fatale, antesignana del dark, voce profonda e sguardo gelido.
Il rapporto fu sempre conflittuale fra Lou Reed e Nico che non voleva assolutamente cederle il ruolo di “prima donna” della band. La stupenda voce calda di Nico fu allora relegata in tre canzoni “Femme Fatale, All tomorrow’s Parties, I’ll be your mirror”, addirittura doveva essere lei a cantare “Sunday Morning” l’overture dove l’alone di quiete e pace dovuto allo xilofono è in antitesi con i versi pieni di inquietudine, registrata poi da Reed con una voce sovraincisa più volte avvolta di echi eterei. Il beat puro di “I’m waiting for the man” ci riporta a terra, anzi sottoterra, aspettando l’uomo che ti faccia non-vivere consegnandoti per 26 dollari la dose per passare la giornata. Ma è con “Venus In Furs” che si tocca l’apice del disco. Scena di amore sadomaso, pellicce di ermellino, stivali e frusta per una girlchild che colpisce fino a far sanguinare il suo servo Severin. Atmosfera indiana, fischio perenne, chitarra stridula-distorta, e viola; al coronare il tutto la voce ipnotica, assente, di Lou Reed. “Run, Run, Run” , dove un assolo acido devasta l’atmosfera gia martellante e asfissiante, racconta le vite parallele di molti figli dell’underground (leitmotiv anche nella solista “Walk On The Wild Side”) mentre il manifesto di Reed è decisamente “Heroin”, testo agghiacciante, nichilismo puro in un ritmo prima calmo e poi febbricitante. “Heroin, be the death of me. Heroin, it's my wife and it's my life, ha-ha Because a mainer to my vein Leads to a center in my head And then I'm better off than dead” Eroina, che tu sia la mia morte. Eroina, sei mia moglie e la mia vita, perché un ago nella vena porta al centro della testa e sto meglio che se fossi morto”. La conclusione “European Son” impazzisce dopo poco più di un minuto e per sei minuti assistiamo a un baccanale uditivo che ci stravolge gia dal primo rombo di chitarra che sembra un barrito di un elefante assetato. Un disco paradigmatico, a mio avviso semplicemente stupendo.
CURIOSITA’: La celebre banana in copertina nelle prime copie in vinile era “sbucciabile” lasciando scoperta una banana rosa ed è stata creata da Andy Warhol. Il disco fu registrato in uno scadente studio di New York in due giorni a metà del ’66.
(Carmine)
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