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mercoledì 24 gennaio 2007

FUMETTI


update

Update del sito: 24/01/2007 13:27:
- layout
- aggiunto un articolo e i fumetti
- aggiunta la foto

La redazione

lunedì 22 gennaio 2007

Trout Mask Replica


Bhe Ragazzi, approfittando del blog la redazione inizia con il fare alcuni regalini multimediali. Inizierei facendovi ascoltare l'album che ho recensito nel primo numero di gennaio, il famigerato Trout Mask Replica di Captain Beefheart. Vorrei tanto che lo ascoltaste e che mi deste il vostro parere.


Trout Mask Replica CD 1

Trout Mask Replica CD 2






Il procedimento per il download è molto semplice. Cliccate sui link e vi si aprirà la pagina di lix.in, cliccate su continue e si aprirà il sito di rapidshare, scorrendo fino alla fine cliccate su free, aspettate il tempo necessario e inserite il codice di numeri e lettere nella casella di testo che si aprirà e poi BUON DOWNLOAD.

Articoli Gennaio #7

PENA DI MORTE

Sono rapidi frammenti di notizie con cui siamo assiduamente tempestati dai media. Sono eventi. Sono date che rimarranno nella storia. Sono momenti di vita. E noi prendiamo atto, ma abbassiamo la guardia. Continuiamo a vivere la nostra vita di tutti i giorni. Con i nostri impegni quotidiani, con le solite notizie che passano in tv. Che leggiamo sul quotidiano. Che sentiamo alla radio mentre ci prepariamo la mattina. E commentiamo. In silenzio, ma commentiamo. E forse ci domandiamo anche come facciamo a non provare nulla nelle tragedie che colpiscono ragazzi della nostra età. Gente che potrebbe essere tranquillamente un nostro parente, amico, conoscente. Di recente l’intero mondo è stato spettatore della condanna a morte ed esecuzione del Rais Saddam Hussein. L’evento ha scatenato polemiche, consensi, prese di posizione. C’è chi afferma che il mondo ora è diviso in due parti. C’è chi continua a sostenere la lotta contro la pena capitale – ne è un esempio il premier radicale Marco Pannella che non ferma il suo digiuno atto a chiedere una moratoria globale all’ONU sulla pena di morte – e chi crede che il miglior modo per migliorare lo Stato, per condannare l’illegalità, sia uccidere. La pena di morte è un alienazione del diritto naturale alla vita, e dunque proprio dell’uomo. Ma noi ci fermiamo a riflettere su quanto questo provvedimento sia giusto o sbagliato solo quando fa notizia. Solo quando ad essere ucciso è un uomo “importante”. Ma tutti sappiamo, anche se a volte cerchiamo di dimenticarlo per sentirci meno colpevoli del nostro silenzio, che da sempre la condanna più semplice per un uomo è la condanna capitale. Sappiamo che nelle prigioni del “Nuovo Continente” uomini come noi continuano ad essere torturati, ancora prima di essere condannati – ricordo lo scandalo dei prigionieri di Guantanamo e l’errore durante un esecuzione per iniezione letale negli USA, per cui un prigioniero ha sofferto 34 minuti di agonia prima di morire – in cui il Governo non basa le leggi sul diritto naturale, da cui ogni uomo dovrebbe essere protetto, appellandosi a questo. La condanna per iniezione letale è di per se una tortura ed è ritenuta “incostituzionale” poiché viola legge che proibisce le punizioni crudeli e inusuali. Forse dovremmo davvero fermarci e cercare di capire cosa succede nel mondo. Diamo troppe cose per scontato. Siamo così ingenuamente felici di condurre le nostre vite nel benessere, nella salute, che stiamo perdendo la sensibilità di fronte all’ingiustizia, alla violenza. La società in cui viviamo accentra tutto ciò che accade sul singolo individuo. Tutto dipende da noi, che siamo i protagonisti della nostra vita e di quella degli altri. Tuttavia stiamo dimenticando quanta importanza abbia la vita umana, che sta passando in secondo piano rispetto alla politica, all’interesse, all’economia. Ora un ennesimo uomo si è aggiunto alle vittime della legge dello Stato. Ora è finito tutto. Abbiamo rimosso la condanna di Saddam Hussein dai nostri pensieri e dalle nostre discussioni, nello stesso momento in cui i media hanno smesso di parlarne e di diffondere il video dell’esecuzione, che tutti, seppur con grande sdegno, abbiamo visto. Riflettiamo e guardiamo la realtà per quella che è, e non per come noi vorremmo che sia. Perché solo conoscendola, e rifiutandola, possiamo sperare in un mondo migliore in cui vivere.

“Quanti innocenti all’orrenda agonia votaste decidendone la sorte, e quanto giusta pensate che sia una sentenza che decreta morte.”

F. de Andrè

(Isena)

Articoli Gennaio #6

PAX AMERICANA

La tensione in Medioriente sta raggiungendo il suo apice massimo. L’intricata ma fragilissima rete di accordi, tregue, trattati di non belligeranza (e di non proliferazione nucleare) e compromessi che lo ricopre sta per rompersi. E trasformarsi in un’enorme bomba. Lo dice la giornalista del tg1, me lo dicono i militari morti in un agguato dei talebani, me lo dicono le cifre (cifre…prima esseri umani, poi solo cifre…) dei morti nell’attentato al mercato di Baghdad, me lo dicono i due milioni di libanesi in piazza contro il governo Siniora, me lo dice la foto su internet del bambino (avrà avuto non più di dodici anni..) con una pietra in mano.

Le fonti dunque sono tante e non mi è difficile capirlo. Difficile da capire mi risulta, invece, il come una missione militare in Iraq possa essere considerata di guerra e una di 2000 soldati in Libano (aggredito da Israele) possa essere di pace. Difficile da capire mi risulta la frase di Bush che afferma: “La condanna a morte di Saddam è una pietra miliare nel cammino dell’Iraq che vuole diventare uno stato di diritto”. Difficile da capire mi risulta la gente che si ostina a negare che gli USA stanno tentando di costruirsi il loro impero su tutto il mondo. Concentrandosi ora sul Medioriente.

Quella usata dagli Stati Uniti non è una vera e propria strategia militare. E’ più che altro una concezione della realtà, di se stessi e dell’altro. Una concezione apparentemente più innocua di quella feroce dei fondamentalisti islamici ma in realtà molto più pericolosa per l’affermarsi dei diritti e della libertà dei popoli. Una concezione che in passato ha portato al formarsi di uno degli imperi più grandi e potenti della storia e ripresa oggi, abbastanza apertamente dagli USA: la pax romana. Questo tipo di mentalità aveva portato il mondo ad essere “pacificato”, negli ultimi anni del I secolo a.C., sotto il segno del dominio di Roma. Convinta di essere esportatrice di un tipo di civiltà superiore Roma era legittimata a portare la guerra nei Paesi che più riteneva pericolosi e preziosi per il loro impero, in nome di un valore più alto. La guerra, vista la superiorità militare, non era lunga e, sbaragliato l’esercito nemico, si imponeva una sorta di pace controllata. Le usanze e i costumi del popolo sottomesso rimanevano spesso le stesse, tanto per dargli l’impressione di essere ancora libero; le decisioni politiche ed economiche erano prese da Roma.

Le somiglianze a ciò che sta accadendo ai giorni nostri si sprecano e sono decisamente inquietanti. La totale omologazione politica e culturale, sotto il segno di Washinghton, non è più esattamente un miraggio. Chi dissente è liquidato. Conquistato in nome della democrazia. L’Europa è sempre più schiava della strategia politica ed economica degli USA, incapace di adottare risoluzioni importanti che si distacchino da quelle americane, l’America Latina cerca in questi anni di ottenere la propria libertà attraverso lo strumento elettorale premiando sempre più spesso la sinistra, ma è in Medioriente che si sta giocando la partita più importante.Deportato il popolo palestinese, trovato il pretesto per conquistare l’Afghanistan e le sue risorse di petrolio, per attaccare l’Iraq e imporre un governo fantoccio (ma le armi di distruzione di massa dove sono? Ma la tanto desiderata pace per gli irakeni?), per aggredire il Libano (stavolta con l’aiuto del fidato alleato Israele), e per minacciare l’Iran e i suoi alleati (ma perché gli Usa possono dichiarare di possedere armi nucleari e minacciare di usarle mentre gli altri paesi neanche possono portare avanti piani per la produzione di energia?), non rimane altro da fare che aspettare e attendere che la situazione precipiti. O resistere…

But…what’s next?



“Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loro sete di totale devastazione, vanno a frugare anche il mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se è povero; gente che nè l’oriente nè l’occidente possono saziare; loro soli bramano di possedere con pari smania ricchezze e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e con falso nome lo chiamano impero; infine dove fanno deserto lo chiamano pace.”

Tacito 98 d.C.


(Giovanni)

Articoli Gennaio #5

UN 2006 DA RICORDARE

E non solo, come tutti avranno sicuramente pensato, per la vittoria mondiale degli azzurri del pallone.

Quest’anno l’Italia è stata protagonista nello sport, e non solo nel calcio.

Per cominciare cronologicamente, durante il mese di febbraio Torino ospitava la XX edizione delle Olimpiadi Invernali. Grande successo di pubblico e una città ammodernata che accoglieva degnamente i numerosi visitatori accorsi da tutto il mondo. Le medaglie e gli onori conquistati dai nostri atleti variavano da discipline semi-dimenticate come lo slittino, fino al più popolare sci di fondo.

Ancora nel mese di febbraio si disputava il cosiddetto Sei Nazioni, la maggiore competizione europea di Rugby, che vede la nazionale italiana protagonista dal 2000. Chi conosce questo sport sa bene che l’Italia non ha ancora raggiunto il livello delle altre compagini europee ed ogni anno si può sperare al massimo in una vittoria sulle cinque partite che si disputano nel torneo. Nell’anno appena trascorso la squadra ha ottenuto un pareggio (risultato insolito nel rugby) contro il Galles, quanto basta per non essere relegati a zero punti e non ricevere l’infame cucchiaio di legno, trofeo consegnato ironicamente alla squadra sempre sconfitta.

Come non poter parlare dello scandalo che ci ha accompagnato durante tutta l’estate, moggiopoli o calciopoli (come preferite), che ci ha fatto ridere dietro mezzo mondo e tutta Europa, ma che in fin dei conti non ha cambiato nulla nel sistema calcistico? Sono sempre stato un fan delle risposte insensate alle domande retoriche, ma per questa volta lascio correre e non spreco inchiostro per vicende di cui è già stato detto tutto. Fatto sta che il campionato di Serie A è ricominciato dopo la sbornia mondiale senza stupire nessuno e confermando il più totale e prevedibile dominio dei nerazzurri di Milano. Sembra quasi che la vittoria mondiale abbia fatto tabula rasa dei peccati di Moggi & co., e che a nessuno sia importato più di tanto punire i malfattori.

Per quanto riguarda la pallacanestro, in agosto si sono svolti in Giappone i mondiali maschili, che hanno visto impegnate le più forti squadre del mondo, Dream Team americano compreso. La nazionale azzurra ha vinto tutte le partite del suo girone, eccezion fatta per la sconfitta con gli USA, classificandosi seconda. Nella fase ad eliminazione diretta otteneva un meritevole quinto posto, dietro Argentina, USA, Grecia e Spagna, risultato che soddisfa appassionati e federbasket.

Un altro grande avvenimento sportivo per i nostri colori è stato il Draft NBA. Spiego in poche parole cos’è per i profani: tutte le squadre del campionato americano di pallacanestro si riuniscono per “spartirsi” i giovani talenti che vanno dai 19 ai 22 anni che non hanno ancora un contratto professionistico; durante il Draft, come potete immaginare, sono scelti per primi i giocatori più forti e promettenti. Il 28 giugno, Andrea Bargnani, giovane cestista romano proveniente dalla Benetton Treviso, è stato scelto per primo dalla squadra dei Toronto Raptors, primo europeo in assoluto a raggiungere quest’importantissimo traguardo. Un grande riconoscimento anche per la federazione italiana.

Purtroppo non è stato un buon anno per gli amanti delle competizioni motoristiche, solitamente dominate da veicoli e piloti tricolore. In ottobre Alonso si riconfermava campione del mondo di Formula 1 per il secondo anno consecutivo, ponendo alle sue spalle il plurivittorioso ferrarista Michael Schumacher, mentre la sorpresa più grande arrivava dalle due ruote: Nicky Hayden, pilota americano di ben poche speranze, alla guida di una Honda ufficiale, metteva a segno il colpo della carriera approfittando di una caduta del nostro Valentino nazionale nell’ultimo Gran Premio della stagione e beffando la grandissima rimonta dell’italiano.

Si tratta sicuramente di un’ottima annata per gli atleti ed i tifosi italiani.

(Bolda)

Articoli Gennaio #4

HEINRICH BOLL

Heinrich Böll nacque a Colonia nel 1917. La sua attività letteraria iniziò immediatamente alla fine della seconda Guerra Mondiale, suscitando forti polemiche a causa delle sue convinzioni politiche. Antiborghese, ma anche sentitamente antisovietico Böll si schierò polemicamente contro la Germania post bellica della ripresa economica, e contro la costituzione della NATO, combattendo numerose battaglie civili e politiche. Nel 1972 gli venne assegnato il premio Nobel per il romanzo “Foto di gruppo con Signora” , ma ciò non servì a schermirlo dalle diatribe della vita culturale tedesca che lo avevano coinvolto durante tutti gli anni precedenti. Cattolico e intransigente moralista riuscì ad esprimere con accurata precisione di dettagli critici il proprio astio verso la formazione della nuova società tedesca, tutta intenta a contribuire al frenetico miracolo economico, senza accorgersi della progressiva perdita di ogni valore etico e civile. Fu attento all’influenza che la guerra aveva esercitato, materialmente e moralmente, sulla vita del popolo tedesco, sottolineando spesso la completa miseria spirituale che il conflitto porta con sé.

Manifesto delle idee politiche e morali che accompagnarono l’attività di Böll è il romanzo “opinioni di un clown”, pubblicato nel 1963, e capace di condurre il lettore verso l’analisi di una realtà completamente opposta a quella che governa comunemente l’immaginario sociale. La storia è quella di un pantomimo, Hans Schnier, il quale, abbandonato dalla propria convivente, Maria, convinta cattolica che per anni ha vissuto con lui nel concubinato, cade in uno stato depressivo che lo porterà a distruggere la fama di artista costruita in numerosi anni di spettacoli. L’autore ribalta così il pensiero comune che accompagna l’identità di un clown, e pone l’artista che più di ogni altro “deve divertire” in un contesto malinconico, solitario, talvolta vicino alla follia. Tornato nella propria città di origine Bonn, Hans ha bisogno di aiuto. Con l’ultimo spettacolo, recitato da ubriaco, ha distrutto definitivamente la sua fama e, come affermato dal suo agente, ha bisogno di almeno sei mesi di riabilitazione e di esercitazioni prima di tornare sui grandi palcoscenici. Da qui in poi il libro ci appare come una lunga digressione, un tragico giudizio sulla povertà culturale e ideologica della Germania post nazista. Hans telefonerà a tutti i suoi amici, al fratello, alla madre, a vecchi conoscenti appartenenti al mondo cattolico con cui aveva avuto il dispiacere di discorrere durante numerose cene alle quali accompagnava la sua compagna, ma nessuno, neanche il padre, uno degli uomini più ricchi di Germania, che lo andrà a trovare nel suo appartamento, offrendogli ogni tipo do aiuto, riuscirà a comprenderlo o a sfuggire alle sue spietate accuse. La sua maschera gli ha consegnato le chiavi di un ineluttabile destino. La sua scelta di essere un clown lo devia verso una drammatica solitudine,un angolo buio, dal quale con la forza della sua immaginazione egli può rappresentare e analizzare in chiave comica la realtà, che paradossalmente risulta più grottesca della stessa rappresentazione goliardica. Ogni telefonata è occasione di disapprovazione, insulto, feroce critica al malcostume e alle barbare usanze di cui nessuno, in questa ipocrita Germania, può dirsi privo. Nulla potrà mai liberarlo dal vuoto che Maria ha lasciato, niente potrà rinnovarlo nel suo spirito artistico. E non è l’annullamento totale di sé stesso che lo porterà, al culmine della sua solitudine, a divenire un artista di strada, un cantore di grottesche litanie liturgiche, apparentemente privo di un qualsiasi talento. È il suo essere senza Maria, un’ispirazione forse venuta meno, in generale, potremmo dire, un’impossibilità di poter vivere con la consapevolezza di doverlo fare per la speranza che lei, prima o poi, ritorni.

(Piero)

Articoli Gennaio #3

CAPTAIN BEEFHEART AND HIS MAGIC BAND
TROUT MASK REPLICA
Manifesto di un Freak

Due dischi, ventotto tracce, settantotto minuti e cinquantuno secondi per esplorare il mondo del Capitano e la sua Magica Band. Chi è riuscito ad entrarvi non ne è ancora uscito e si perde nei meandri di un disco che faccio fatica a definire tale. E’ Il parto di una mente malata, un trip dissonante, una cacofonia itinerante, un freejazz psicotico, insomma qualcosa di cui il fruitore di musica tradizionale non vorrebbe mai e poi mai sentire nemmeno una nota in sordina. E farebbe bene. I timpani sono violentati dalla voce graffiante e cavernosa di Van Vliet, un leggero senso di nausea e di ribrezzo invade lo stomaco fin dalle prime note di Frownland (1:41 che sembra un' eternità) e l’ascolto si interrompe automaticamente con le urla stridula di Ella Guru, dove il dito della mano sinistra si muove automaticamente verso il tasto “STOP” dello stereo e quello della mano destra altrettanto automaticamente preme il grilletto di una rivoltella rivolta alle tempie. Questo istinto suicida si risveglierà in tutti gli sventurati che vorranno avvicinarci a questo disco almeno per le prime quattro volte che tenteranno di avviarne la riproduzione (è una previsione ottimistica). La domanda allora è: perché si dovrebbe ascoltare un disco così?. Le risposte potrebbero essere molteplici. O si è più folli di Captain Beefheart (è vi assicuro che è difficile) oppure la repulsione che il disco procura è sopraffatta dal fascino possessivo di una non-musica che, stravolgendo tutte le nostre certezze, ci conduce per mano verso una dimensione irrazionale, primitiva, istintuale, animale, dove il concetto stesso di musica perde di senso e valore trasformandosi in urla e sangue, obbligandoci contro la nostra volontà a immergerci sempre più in quel frastuono fino ad apprezzarlo nella sua complessità. La figura paradigmatica di Captain Beefheart (al secolo Don Van Vliet) assieme a quella altrettanto multiforme di Frank Zappa (amico e produttore di Trout Mask Replica) rappresenta l’anima nascosta dell’America di fine anni sessanta, quella grottesca, demenziale, falsamente umoristica ma fortemente sarcastica nei confronti della società che viene ridotta a nonsense nei testi e nella musica (Altra opera fondamentale è Freak Out di Zappa del 1966, primo concept album, sintesi di beat e psichedelia). Trout Mask Replica nel lontano 1969 anno della sua pubblicazione lasciò tutti di stucco. Mai era stato concepito un disco così, l’anima blues del Capitano (perfettamente espressa nel precedente Safe As Milk del 1967 di più facile ascolto) si fonde con il freejazz e con l’avanguardia musicale. Quanto il Blues rispetta gli schemi, tanto il freejazz ne evade utilizzando l’improvvisazione come momento fondante della creazione. Improvvisazione che scade spesso e volentieri nel rumorismo più assoluto. Basso, batteria e le due chitarre sono totalmente asincroni, il ritmo non regge la canzone, il ritmo non esiste. La voce arriva fuori tono, con un registro che varia dall’oltretomba al falsetto irritante. Le tracce sono brevi nessuna supera i tre minuti a parte la conclusiva Veteran's Day Poppy di 4:41 al contrario delle altre opere coeve (si veda le sperimentazioni dei Pink Floyd di Ummagumma o il primo disco dei King Crimson, considerato la prima opera progressive). Il disco non ebbe alcun successo di pubblico ma fu ritenuto fondamentale a livello concettuale e sperimentale, fu apprezzato soprattutto dalla successiva scena New Wave.
CURIOSITA’: il doppio LP è un estratto da sessions di registrazione durate otto ore, ma frutto di un lavoro di otto mesi nei quali la band sottostette praticamente agli ordini di Captain Beefheart che costringeva i musicisti a vivere in condizioni disumane.


(Carmine)

Articoli Gennaio #2

LAST.FM: LA MUSICA CHE UCCIDE LA MUSICA


La teconolgia è una pacchia per tutti. Gli mp3, la più grande invenzione del nuovo secolo. Lo so che è appena iniziato, ma potranno superarsi soltanto inventando un formato più sofisticato e versatile dell'mp3. E anche se dovesse accadere il mio discorso sarebbe comunque valido. Dicevamo. Oggi scarichiamo musica alla grande, il mulo, i myspace, procurarsi una bella collezione di dischi è facile. Io sono uno di quelli conservatori, sull'argomento. Voglio dire, anche io uso l'iPod, lo vendono, non posso farmi sfuggire una simile comodità. Tuttavia, pur preferendo, se devo ascoltare un album come Dio comanda, comprare il vinile in un negozio dell'usato e spararmi lato A e lato B sul divano con una birra fredda in mano, non mi soffermo a fare una predica che nessuno ascolterebbe e che risulterebbe, alla fin fine, neanche troppo intelligente. Voglio parlarvi di last fm e delle cazzate simili a questo programma. Per chi non lo conosce, tu inserisci un genere musicale, o più (è molto ben fatto devo dire, va dal rock all'indie baggy-rave pop), oppure un artista, o più e il suddetto coso ti trova una playlist coerente con i tuoi parametri di ricerca, proponendoti nel frattempo musica simile a quella che stai ascoltando, bastano un paio di click. Ecco, io temo che con last fm siamo all'inizio (o forse siamo già in fase anvanzata ma non ditemelo, non ci dormirei la notte) di un processo di impoverimento della genuinità della musica moderna. I tempi e i modi cambiano per qualunque cosa, devono cambiare, è bene che cambino. Ma così, e ripeto questo è solo l'inizio di un fenomeno, rischiamo di far passare di moda il naturale passaparola, ossia il metodo più spontaneo e romantico di diffondere conoscenza musicale, nonché il più oggettivo metodo di scrematura e selezione. Più semplicemente, se una band che ho appena scoperto merita, telefono ai miei amici e gli dico di procurarsi il disco, se non mi piace glielo nego, si tratta di premiare o non premiare. I nostri genitori compravano 33 giri, se era cosa gradita, registravano una o più copie in cassetta e le facevano girare. Ora se questo processo deve avvenire scambiandoci gli mp3, che avvenga pure, tanto di diritti d'autore si violavano prima come si violano ora, l'importante è che la cosa ci venga da dentro. E' vero come ho già detto che la cultura si evolve nelle proprie forme e a seconda dei tempi, ma qualcosa dovrebbe rimanere tutelato, almeno da chi ne ha facoltà e possibilità.


(Lorenzo)


MUSICA INDIE
Quello che tu ascolti oggi, io lo ascoltavo cinque anni fa.

La musica indie, contrariamente a quanto i più sono portati a pensare, si distingue da tutto il resto non per particolari sonorità, ma per le vie con cui viene prodotta e commercializzata, ed è impossibile da circoscrivere storicamente come fenomeno, avendo esempi validi in quasi ogni epoca della modernità. Il termine "indie" è abbreviazione e, per così dire, familiarizzazione dell'aggettivo di lingua inglese "independent", che denota appunto la non appartenenza, da parte di un artista, ad una delle quattro major (EMI, Warner, Sony e Universal) che gestiscono un'altissima percentuale del mercato discografico. Un'etichetta indie è controllata da un numero ristretto di persone, e la sede è spesso collocata in luoghi non propriamente adatti ad ospitare un ufficio o una sala d'incisione, come scantinati, garage, o comuni stanze d'appartamento. Per l'aspetto prettamente sonoro, è fondamentale la concezione dello stile lo-fi, ossia “bassa fedeltà”, ad indicare una produzione effettuata con i mezzi che una persona qualunque può possedere, e che ovviamente non garantiscono un risultato impeccabile, ma sufficientemente affascinante da spingere moltissimi professionisti a far apparire, in modo artificiale, la propria opera come un album fatto in casa; da ciò consegue anche un modo originale di distribuire quello che si crea, poiché ovviamente nessuna grande catena acquisterà mai copie dell'ep di una band sconosciuta registrato in un sottoscala con un semplice pc portatile: un tempo, i Velvet Underground regalavano vinili confezionati in buste di carta con la trackist scritta a pennarello nero, oggi molti scelgono le vie gratuite di internet con il formato mp3. Se proprio sentiamo la necessità di un contesto storico, il meglio che si può fare è attribuire ai liverpooliani La's il merito di aver reso alla portata di tutti il fenomeno (almeno per quanto riguarda il mercato europeo), scatenando una reazione che davvero nessuno si aspettava all'uscita del loro secondo singolo "There She Goes". In realtà i La's sono forse l'emblema di tutto ciò, fino al punto che Lee Mavers, autore di tutte le canzoni contenute nel loro unico disco, continuando a rimandare la data di pubblicazione del disco, venne informato un giorno che i suoi produttori, stanchi di tutto ciò, avevano mandato "in stampa" i demo delle canzoni che sarebbero dovute comparire nella versione definitiva, e fu costretto a partire controvoglia per un tour dopo il quale sciolse la band, colto da enorme frustrazione, come estrema “dichiarazione d'indipendenza”. La loro eredità ideologica è stata raccolta da band che popolano la scena attuale come Coral, Bloc Party, Libertines, Strokes, Long Blondes, Klaxons, Franz Ferdinand (se vogliamo citare i più famosi, anche se non per forza i più significativi), ognuno dei quali ha poi risentito di un preciso contesto, come quello dei nightclubbers newyorkesi, della new wave nella quale sono rimaste tracce di elettronica, del punk ispirato dall'eroina, o del revival della rave culture degli Stone Roses.

Al giorno d'oggi il tutto si è sviluppato ed ampliato sino a comprendere una sensibilità che coinvolge i più disparati aspetti della vita quotidiana, come (oltre alla musica, ovviamente) cinema, abbigliamento, cibo e letteratura. “Oggetti di culto” come iPod, Converse, film sul crimine, tshirt a righe orizzontali, jeans strettissimi, pur essendo leggermente sputtanati (ma non ce la prendiamo, accade con qualunque tipo di movimento culturale) sono parte, seppur non vincolante, di un modo di vedere le cose che si ispira fortemente al passato (nel nostro caso la parola chiave, sputtanata anch'essa, è “vingtage”, ossia, per farla semplice, andare a ripescare ad esempio i migliori capi d'abbigliamento dei nostri genitori impossibili da trovare odiernamente) per ammortizzare l'impatto col futuro.

(Lorenzo)

ALTA FEDELTA'
Di Nick Hornby.

Robert Fleming viene lasciato dalla compagna Laura per poi ritrovarsi in breve tempo a tirare le somme sulla vita di un trentacinquenne scapolo e insoddisfatto, la propria. Possessore di un negozio di dischi, il Championship Vinyl (lo so, è un nome favoloso), la cui attività non va esattamente a gonfie vele, condivide gran parte del proprio tempo lavorativo con Dick e Barry, i due commessi, con i quali si diverte a trascorrere i frequenti tempi morti tra un acquirente e l'altro stilando classifiche su ogni genere di cose, prevalentemente musica (ad esempio, le cinque migliori “openers” della storia o i cinque migliori pezzi che abbiano come argomento la morte), ma anche televisione, film, o qualsiasi altro tema, purchè goda di una certa originalità, come la top five delle più grandi delusioni sentimentali della vita di Robert con la quale si apre il libro. Da questa poco approfondita descrizione della trama si dovrebbe già desumere che Alta Fedeltà è una storia di vita quotidiana, vissuta da persone semplici che tuttavia si trovano alle prese con grandi problemi, seppur provocati dalle loro semplici situazioni di base, contestualizzate nelle loro semplici esistenze. Il protagonista è una persona comune, che come molti di noi non si accorge di quanto fragili siano le basi su cui poggiano i pilastri della propria esistenza, tant'è vero che è sufficiente l'allontanamento di laura a scatenare in lui un'infinità di dubbi sul pensiero femminile, sulle relazioni sociali, sul sesso, finchè egli vedrà infine vacillare l'unica fonte di sicurezza che per tutta la durata della storia sembra inoppugnabile, il suo vanto, la sua presunzione, il suo vizio, quello di partire dalla musica per conoscere il mondo, e, più in particolare, le persone. Tutto questo viene raccontato con l'accompagnamento di una sottile ironia che a volte ha del grottesco, in parte voluta da Robert stesso, a volte generata soltanto nel lettore, che da terza persona può vedere e capire cose che investono i personaggi e spesso impediscono loro di gettare uno sguardo oggettivo. Arricchita con numerosissime citazioni musicali (che ci fanno conoscere l'autore in veste di grande esperto anche in questa materia) e interessanti riferimenti alla cultura giovanile inglese nel bel mezzo dei 90s, questa storia ha sin dall'inizio il sapore di una di quelle storie che hanno del dolceamaro, qualcuno sarà appagato, qualcuno prenderà le cose come vengono, qualcuno si ricrederà facendo finta di no e qualcuno avrà capito qualcosa in più sulla vita che prima non aveva (o forse non avrebbe mai) capito, lettore compreso.

(Lorenzo)




Articoli Gennaio #1

PARAFRASI SOCIALE
Cinque lunghi, lunghissimi anni. Ne sono passati proprio tanti, da quando Ilvio Furtosconi ha vinto le estrazioni governative. Contro ogni previsione dell’ Unione, confederazione di tutti i partiti schierati in basso nel palazzo del comando, La capanna delle Libertà (di evadere le tasse), concilio di tutti i gruppi che lavoravano nei piani alti del palazzo sopra citato, aveva stravinto battendo l’avversario proposto dallo schieramento nemico di riffa, Cesco Checifaccioquielli. Una volta vinto, tutto il popolo dei bassi era rimasto esterrefatto: ma come!, si domandavano, chi ha potuto votare Furtosconi? Non eravamo la maggioranza? Tu chi hai votato? Io… veramente… sai, ha promesso che ci avrebbe fatto pagare di meno… ai piani bassi mica si guadagna tanto, io ho una famiglia, degli interessi, l’assicurazione da pagare, mia moglie che vuole partire per le Maldive, il figlio che invece vuole la Gametendo 9… Ah, effettivamente, ma che rimanga un segreto tra noi: anch’io l’ho votato, aveva promesso che mi avrebbe condonato quella mia villa…ricordi… in riva al mare accanto a quel parco protetto…

Scioperi, cortei e manifestazioni scandiscono la normale vita del Regime: come da sempre, quando a governare sono gli alti, i bassi manifestano e si oppongono a qualsiasi riforma, e viceversa. E’ un ottimo metodo per socializzare: la gente il sabato pomeriggio esce, raggiunge piazza del Regime Repubblicano nella Capitale, incontra gli amici di sempre, compra una maglietta di Elardo “Tzè” Giaguara, eroe della rivoluzione in K., si fa un bel panino e un po’ di vino, e poi, rosso in faccia e allegro, giù con i canti ed i cori contro la fazione nemica! Tutto proce liscio, come sempre: il livello di civiltà è arrivato ai gradi più alti mai raggiunti nella Storia grazie all’apporto di tutti i politicanti e al nuovissimo e fulgido Regime Repubblicano. La Regimocrazia, evoluzione della vetusta ed oramai inutile democrazia, richiede poca applicazione e partorisce enorme compiacimento. Eliminate tutte le idee, le ideologie, le speranze, gli odi, quindi eliminati tutti i vecchi partiti, ecco sorgere il nuovo sole tanto bramato, che irraggia splendore e sicurezza. La Regimocrazia adora la semplicità: via i grandi numeri, dentro due soli grandi conglomerati: l’Unione dei Bassi e la Casa delle Libertà(di evadere le tasse) degli Alti. Via ogni possibilità di pensare ed agire: dal giorno della Fondazione, tutto il popolo non deve più annoiarsi e crucciarsi per i problemi del Regime. Le nuove formazioni politiche si occupano di tutto, si addossano loro tutte le noie, le scartoffie, le discussioni barbose, stilare le nuove, meticolose, perniciose, infruttuose leggi del Regime. Il popolo non deve più pensare a niente, può lavorare tranquillo e produrre al massimo senza distrazioni né inutili sogni perditempo: esso dovrà solamente ricordarsi, ogni cinque anni, di andare nella scuola ad ognuno più vicino ed inserire un apposito fogliettino nell’apposita urna, apponendo sopra la propria, inequivocabile, X onde indicare chi, nella propria opinione, questo quinquennio dovrà lavorare, e quindi affaticarsi di più (poverini), tra gli alti e i bassi. Certo, il Regime Repubblicano si rende conto che questo fatto è un inquinamento proveniente niente di meno che dalla vecchia e nociva democrazia, che aveva sconquassato il paese, con i suoi sommovimenti, dissidenti, banditi, brigatisti, soldati, golpe, marce, scioperi e cortei. Ma stiamo pur tranquilli: file, schiere di burocrati stanno lavorando, nel centro del Palazzo Governativo, per trovare un modo per eliminare anche il voto quinquennale e rendere finalmente tutti noi liberi da ogni cruccio. Niente più scelte complicate: Alti e Bassi propongono le stesse cose, così è più facile scegliere, e soprattutto discutere tra amici. La Regimocrazia, poi, piace a tutti: nei giornali, ai TG, sentite parlare di qualcuno che disside, con altri metodi, magari ripresi proprio da quelli della vecchia democrazia? Assolutamente no, sui giornali e nei TG si sente solo di vandali scellerati e teppisti, mica di persone che pensano! Tutto è perfetto, finalmente l’uomo ha raggiunto la sua forma comunitaria perfetta. VIVA LA REGIMOCRAZIA!

(Simone)



INCURSIONE

Fzzz…Fztk…Prova. Prova. Sei in onda, vai.

Cari giornalispettatori, un caloroso salve. Quella che state leggendo è un’intromissione da parte del Comitato di Liberazione. Capisco il vostro stupore, ma, come vedete, la repressione della Regimocrazia non è così forte come sembra. Noi esistiamo, ed ora, in questo piccolissimo spazio, prima che ci vengano a pestare e poi ad arrestare, vogliamo raccontarvi una storia, quella per eccellenza: ospite speciale, per stasera, è, applausi, Madama Realtà.

Aprite i vostri occhi, e assaporate quello che avete attorno, l’aria che non avete più respirato. Quella risma di politicanti di cui, ogni cinque anni, andate a barrare il nome vi sta, lentamente, annichilendo ogni facoltà di ragionare, pensare criticamente. Vi hanno tolto la rabbia contro ogni sfruttamento, anche il vostro: vi hanno convinto che è giusto ed utile per la crescita di tutti, vi hanno incatenato alla miseria ed alla precarietà sorridendovi mentre stringevano le catene, raccontandovi barzellette ed eludendo le domande compromettenti, blaterandovi di un mondo che, ora, è di pace, e dove voi, prima o poi, sarete ricchi come gli altri. Vi hanno spogliato della vostra indignazione, vi hanno conformato all’accettazione di ogni paradosso e di ogni sopruso ad opera dello Stato, in nome della Giustizia che però si è persa e non è mai più ritornata. Vi hanno convinto che, per essere qualcuno, bisogna correre più veloce degli altri, e, all’occorrenza, fare lo sgambetto al vicino che corre più forte. Eliminare gli ostacoli ad ogni costo, questo è il motto. Vi hanno raccontato storie di mangiabambini, altre nelle quali discutere e ragionare non serve a niente: vi hanno espropriato del vostro diritto al pensare liberamente, regalandovi solo il suo ricordo e il pensiero che ancora vi appartenga. Per non farvi arrabbiare della vostra condizione, vi propinano ore ed ore di programmi TV pieni di luci, colori, festoni ed allegria, di begli uomini e modelle mezze nude, di reality fasulli e pilotati nei quali immergere le vostre esistenze e crearvi una vita diversa, idealizzata, chiusa nel cassetto ed irraggiungibile. Vi regalano, ancora, telefilm impazziti, senza nessuna trama e nessuna fine, film d’azione dove un eroe salva il mondo dal mostro finale, libri pieni di favolette belle e dal linguaggio idealizzante che dicono quasi sempre niente. Dietro tutto questo, eppure, qualcosa deve esserci. E c’è. Guerre in tutto il mondo, decine di morti ogni giorno, in terre lontane e di confine, abbastanza lontane da essere dimenticate e, contemporaneamente, regalare gioia patriottica al popolo sottomesso. Ti fanno odiare il diverso lontano, così da non farti provare compassione nei suoi confronti, o quantomeno non abbastanza da impedirgli di continuare la loro guerra. Perché ci tengono tanto? Perché la guerra vuol dire conquista economica, vuol dire energia, petrolio, risorse di tutti i tipi, soldi, guadagni, influenza sugli altri Regimi. La guerra è l’ultima fonte d’alimentazione per il sistema economico vorace del Regime.

Mentre da una parte si guerreggia per arricchirsi, nei propri territori viene combattuta una guerra più sottile ma quasi altrettanto efficace: si taglia tutto il tagliabile, si incentiva ogni grande produzione, si nascondono i grandi crac finanziari sino all’inevitabile. Per risparmiare ed aumentare i guadagni, si taglia la vita delle persone, regalandogli lavoro a tempo determinato e precarietà, dubbi su ogni futuro possibile, rendendolo così ancora più schiavo della produzione, necessaria a questo punto in ogni momento della propria vita, se si vuol sopravvivere.

Ed ancora: si spacciano per donatori solidali, ed invece estirpano e distrugg…fzzz… fzkgtkgk… pum! Pum! BANG! Tump.

“Siamo spiacenti per l’interruzione, i programmi riprenderanno al più presto. Grazie.”

(Simone)

INCHIOSTRO G8, la memoria è un ingranaggio collettivo

Sono passati quattro anni da quel lontano luglio del 2001. Nella memoria di tutti sono rimaste impresse le immagini delle giornate di Genova, quelle giornate che sono entrate nella storia ufficiale come la dimostrazione di quanta violenza, cattiveria e vacuità ci sia nel movimento no-global. Nessuno ricorda più bene ciò che accaduto:la memoria, a volte, va a Carlo, il compagno ucciso dalle guardie che combattevano gli “eversivi”; si ricorda ancora più di rado l’assalto alla Diaz… e basta. Ciò che più è rimasto vivo nella memoria della gente sono le cariche della polizia, gli scontri, ma soprattutto il fatto che, ad avere ragione, fossero le guardie. Si ricordano quei tizi vestiti di nero, che chiamammo “black block”, e si ricorda che furono loro a portare scompiglio. Insomma, tirando le somme, furono i manifestanti ad avere tutte le colpe, furono loro a scatenare tutto e a meritarsi tutto quanto. Almeno, questo è quello che dice la gente, quella gente media che ascolta i tg e legge i giornali regolarmente, e si considera attenta osservatrice degli sviluppi della politica e dell’attualità italiana e del mondo.

Ma che fine hanno fatto tutti quei ragazzi pestati, come stanno andando avanti i processi, cosa successe realmente alle giornate di Genova? Certamente la realtà non è raccontata dai media ufficiali, da quelli che noi tutti conosciamo. Come in più occasioni, le nostre tv hanno dato dimostrazione di come sia più importante trasmettere lo show dei pestaggi senza alcuna spiegazione, e quanto quelle poche concesse siano univocamente provenienti dal Governo. Per scovare un fondo, un senso a quella cronaca, autonomamente è necessario trovare una via, un canale per scoprire fatti altrimenti ignoti, volutamente nascosti e fatti dimenticare. Venticinque ragazzi sono sotto processo, venticinque ragazzi arrestati ed accusati di devastazione e saccheggio. Chi si ricorda di loro? Nessuno, perché nessuno ci ha mai parlato di loro. Ma qualcuno che ancora ama la verità c’è: ed ecco che nasce il Genova Legal Forum, un gruppo di avvocati che si è riunito e ha deciso di sostenere quei giovani, per difenderli dalle accuse fattegli da uno Stato che, in quella città, fu la vera bestia colpevole. Ma i processi costano, ed è per questo che in tutta Italia si organizzano incontri, feste, concerti, per radunare soldi. Non ci è permesso scordare i fatti, è nostro dovere indagare sulla verità, e sostenerla, come ultimo barlume di speranza per un mondo migliore: solo con il trionfo di essa potremo cambiarlo.

Ma insieme a quei ragazzi, i processi sono aperti anche per altre persone: a sorpresa, sotto processo c’è anche qualche poliziotto. Sorprende sapere che, nonostante tutti sappiamo che quei processi non li vinceremo mai, qualcuno si è ricordato degli assalti bestiali e vigliacchi alla scuola Diaz, Bolzaneto, l’assalto alle tute bianche. Quarantasette tutori dell’ordine sono sotto accusa per lo sgombero della scuola nella quale, una volta entrati, hanno massacrato gli occupanti, facendoli uscire tutti quanti in barella e poi dritti all’ospedale. Sono accusati di aver adotto dei documenti falsi per l’autorizzazione allo sgombero, non per il massacro, ma comunque è un inizio. Un inizio per smascherare le bestie di Genova, quegli assassini che non hanno guardato in faccia a nessuno pur di scaricare la loro violenza tra i vicoli, per incutere paura in ogni uomo e donna, in maniera tale che situazioni come Genova non si ripetano più: e ci sono riusciti, Genova è rimasta da sola, non si è mai più ripetuta. La paura ha dilagato, paura che si può sconfiggere solo con la verità. Quella che si conquista lottando, in ogni momento, facendo informazione e sostenendo chi si batte per lei.

Mai essere da meno.


Ciao a tutt*!

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