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domenica 4 febbraio 2007

Il Rugby Romano

Roma è sempre stata una città dove il rugby è stato protagonista; intendiamoci, mai ai livelli che le squadre del nord Italia raggiungono, ma comunque buono in relazione al fattore latitudine. Da sempre infatti si combatte una sfida impari tra le tante squadre del settentrione (Rovigo, Padova, Treviso, solo per citarne alcune) e quelle che si trovano al di sotto della Toscana, che purtroppo hanno poco seguito, pochi soldi, e una scarsa densità sul territorio.
Questo trend ha iniziato a cambiare verso la fine degli anni 90, quando una squadra romana, la Rugby Roma, già vincitrice di due scudetti in tempi remoti (1935 e 1950), forte di un ritrovato appeal verso il pubblico della capitale e uno sponsor importante a coprirle le spalle, dopo vari piazzamenti nel 2000 vinceva il campionato battendo in finale la squadra de L’Aquila. Purtroppo, subito dopo la vittoria, lo sponsor inspiegabilmente rinunciò all’accordo, lasciando un buco non indifferente nel bilancio del team; una prassi che ha ricordato a molti quella seguita dallo sponsor della pallavolo romana, che all’indomani dello scudetto (sempre nel 2000), abbandonava la squadra destinandola così al fallimento, anche se in quel caso le motivazioni erano differenti.
Dopo lo scudetto della Rugby Roma, sembrava che la scena romana avrebbe dovuto aspettare anni ed anni per vedere un’altra squadra ad alti livelli. Ed infatti così è stato. Nella scorsa stagione l’Unione Rugby Capitolina, formata abbastanza recentemente e supportata dall’alta finanza romana, dopo sei anni dall’ultima apparizione romana otteneva la promozione nel Super 10, massimo campionato italiano, dopo aver vinto tutte le partite disputate nel campionato inferiore e avendo battuto nello spareggio proprio i rivali cittadini della Rugby Roma.
Quest’anno, l’URC si sta ben comportando, e si tiene a distanza dall’ultimo posto, sinonimo di retrocessione. La speranza è che in breve tempo si possa riportare lo scudetto a Roma.

Fumetti











L'eleganza dell'animo

Herst amava con un’eleganza propria di chi, per tutta la vita, fosse stato educato solo a quello. Le sue maniere ricordavano vagamente quelle di antichi nobili francesi, pervase da una cortesia esagerata e da una pacatezza eccessiva. Più di una volta Sophie l’aveva visto intento a curare quel piccolo lembo di terra che con la tristezza del marrone delle sue piante avvolgeva la loro casa. Eppure Herst quello che faceva lo faceva con eleganza. Così il suo giardino, bruciato dal sole e dalla poca acqua che riceveva, rozzo e quasi umiliante a causa della sua nulla vivacità, veniva curato, le poche volte che Herst se ne ricordava, quasi fosse un gioiello di cui conservare la lucentezza significasse conservare il mondo. Non vi era in Herst alcuna traccia di collera o malinconia. Egli sembrava vivere in una realtà aliena in cui non ci fosse spazio per i sentimenti “comuni”. Ed effettivamente era proprio così. Herst non aveva il cuore dei suoi simili. Nelle notti d’inverno, tempestate di lampi e piogge, non provava quel senso di angoscia proprio di tutti gli uomini, nel momento in cui riconoscono la loro impotenza; nei giorni d’estate, quando la natura gli rendeva dono di tutta la propria bellezza, Herst non sentiva l’esplosione della poesia nelle proprie viscere.
Herst aveva amato una donna nella sua vita, e a questa aveva lasciato il proprio animo di umano. In una notte di cento anni prima lui e Juls avevano condiviso la forza attrattiva di una splendida alcova immersa nel mare del nord di una qualche zona terrestre. Si erano conosciuti nel porto di una zona un po’ più a sud di quella in cui avrebbero poi passato centinaia di giorni della loro vita; entrambi credevano di essere in viaggio per lavoro, ma come accade sempre ai comuni mortali, non avevano calcolato il caso. Si videro, si sorrisero, si invitarono a cena in un imbarazzante ripetere l’uno le parole dell’altra, e dopo due ore si scoparono. Lo fecero come se il mondo non avesse mai visto nessuno, prima di loro, farlo. La mattina partirono e senza rivolgersi parola si diressero nel paradiso terrestre. Herst sapeva dov’era, e Juls, in fondo, anche. Affittarono una Yatch, perché anche se i soldi non fanno la felicità, sono l’unico mezzo che permette all’uomo di fare quel cazzo che gli pare. E quando sei uno dei giornalisti più famosi del tuo pianeta e la tua compagna un’ affermata artista di soldi ne hai anche per andare in paradiso. Dopo quattro ore di viaggio finì il carburante, e lì, i due, trovarono il paradiso terrestre. Si amarono per due anni, come se il pianeta terra e l’universo non facessero altro che girare intorno al sesso di quei due amanti magici. Alcuni abitanti delle isole vicine avevano paura di quel piccolo scoglio in mezzo al mare. Alcuni dicevano che la notte gli spiriti dei due amanti prendevano il posto dei loro corpi e si univano in un amore superiore, che non era sesso, ma molto di più. Effettivamente Juls e Herst non scoparono mai di notte. Entrambi non avevano il coraggio di farlo. Herst credeva fosse un insulto, perché, diceva, nulla è più bello che il sole ed è lui che dobbiamo far impazzire di invidia ogni volta che guarderà il nostro amore. Altri indigeni del posto giurarono in seguito che negli anni in cui Juls e Herst si fermarono sull’isola il sole sembrasse offuscato. Quasi impallidisse di fronte alla potenza di un accadimento molto più forte della sua luce eterna. Quasi non potesse credere che, nel suo piccolo spazio di comando, qualcuno avesse avuto il coraggio di sfidarlo. Ma Juls morì, due anni dopo aver amato Herst ogni giorno e ogni ora. Herst la ritrovò priva dell’animo in un’alba fresca come la pioggia che il giorno prima aveva accompagnato il loro ultimo sesso. Versò una lacrima dopo di che iniziò ad asciugarsi il viso, ancora inconscio del fatto che le lacrime che si stava asciugando in realtà non stavano scendendo. L’unico pescatore che ancora aveva il coraggio di avvicinarsi a quell’isola, un vecchio abitante del porto di un altro scoglio vicino, disse che quella mattina vide una specie di aurea allontanarsi dall’isola e un’altra alzarsi al di sopra degli alberi e delle montagne per poi ridiscendere in picchiata, quasi fosse stata richiamata a casa. La prima era quella di Juls diretta in un iperuranio sconosciuto, la seconda quella di Herst diretta nei più tetri bassifondi della terra, intenta a scomparire per sempre. Quel giorno Herst perse l’animo. Da quel giorno tornò alla vita. La vita come la intendono gli umani. Trovò moglie, non l’amava, fece dei figli, non gli voleva bene, trovò lavoro, gli faceva schifo e vide tutti le persone che conosceva, ma che non erano care, morire prima di lui. Un giorno arrivò un giornalista di una Tv spagnola. Gli disse che lui era l’uomo più vecchio del mondo. E anche il più vecchio che ci fosse mai stato. Almeno ufficialmente, aggiunse con un sorriso dolciastro. Herst, che non calcolava più il suo tempo, ma solo quello dei suoi simili per esigenze di sopravvivenza, venne a sapere di avere 134 anni. Quel giorno capì che il corpo è nulla senz’animo. Gli scienziati non poterono mai parlarci. Quel giorno Herst scappò. Sull’isola in cui aveva amato per due anni l’unica donna della sua vita provò ad uccidersi in tutti i modi possibili. Non vi riuscì. Ed oggi, il sole e la luna, lo vedono ancora intento, ad intervalli di tempo regolari, cercare la morte, quasi fosse la vita…

(Piero)

LA STREET ART ROMANA

Venerdì 19 gennaio 2007 è stato presentato a San Lorenzo (Via dei Marsi) il progetto vincitore del concorso “Opere Murarie”. La mostra si sviluppa su due piani: nel primo si trova il dipinto murale vincitore del primo posto del concorso eseguito da Lucamaleonte, Sten e Lex, e nel piano inferiore si trovano alcune delle loro innumerevoli opere su tela.
La mostra è stata un fervido esempio di arte alternativa chiamata moving art: cos’è la moving art? Vi chiederete. E’ un nuovo concetto di esposizione di opere che escono dai canoni di quella che ognuno di noi, almeno credo, intende come mostra di opere. La moving art è volta alla produzione, diffusione e promozione delle attività di giovani artisti (in questo caso romani) e alla sperimentazione di progetti espositivi fuori dai normali canoni dell’arte.
Protagonisti indiscussi della mostra sono gli street artists Lucamaleonte, Sten e Lex conosciuti nell’ambito dell’underground romano. La sfida per i tre artisti è stata creare una “murata” all’interno di una pasticceria, luogo estremamente diverso da quello che è la strada. L’opera, facendo parte del progetto moving art, sarà fra due mesi sostituita da quella vincitrice del secondo posto.
Lucamaleonte, Sten e Lex oltre ad esporre le loro opere in spazi privati, usano i comunissimi muri romani per esporre le loro opere. Sono tre giovani artisti che hanno trovato, come tanti ragazzi di Roma, il loro personalissimo modo di esprimersi, in bilico tra l’illegale appropriazione di spazi pubblici e la legittima volontà di creare e di fare arte, perché è di arte che si parla, nel caotico, scuro e movimentato underground romano.

A tutti coloro che dicono che questa non è arte, Io rispondo che a mio avviso l’arte è ciò che è libero, che non ha canoni o regole da seguire, è un’immagine scaturita solo dalle emozioni che uno ha dentro e dalla sua libertà di espressione . Gli street artists scelgono come spazio per la loro espressività, le loro storie e la loro vitalità, la strada e i muri comuni. Uno di loro mi ha detto: “scrivere illegalmente ti dà quell’adrenalina e quella precisione che sai di dover mettere nel pezzo o nello stencil che crei, così ché chi passa e vede la tua opera sa chi sei, sa perché quel soggetto e sa che quel nome scritto è garanzia di stile e di arte, anche se questo non viene visto proprio da tutti” e ridendo aggiunge: “anzi quasi da nessuno!”.
Concluderei con una frase di un detto che recita: “ la tua libertà finisce quando inizia quella altrui” ed è proprio su questo sottilissimo filo che si colloca la filosofia delle opere della street arte degli street artists.

INFO:
DURATA DELLA MOSTRA: La mostra è aperta dal 19 gennaio al 18 marzo 2007
SEDE:
Moving Gallery Bocca di Dama , Via dei Marsi 2-4-6 (S. Lorenzo)
ORARI APERTURA:
dal martedì al sabato dalle 11,00 alle 19,00
SITO INTERNET: www.movinggallery.com
INFOLINE:
06 44 34 11 54

(Giorgio)

IL NODO VICENTINO: RIFIUTARE PER COMPRENSIONE, NON PER PACE

Vicenza. Una base di un’altra nazione già presente, accordi presi dal governo precedente, impegni diplomatici oramai cinquantennali, schiavitù e servilismo, dispotismo e tiranneggiante influenza. Gli ingredienti ci sono tutti. Ancora per una, triste ed esilarante, volta il nostro governo dimostra la sua debolezza, indipendentemente dalla mano con cui tiene la bandiera del “potere”, destra o sinistra. Ma qui la questione non è il governo, la sua forza, la sua capacità di interagire nei meccanismi internazionali, o la sua indipendenza dal vecchio padrone. Non ha importanza, perché qualsiasi colore avesse avuto il governo, il risultato non sarebbe cambiato: il capitalismo (riesumiamo i termini tecnici corretti) e la sua fase suprema, l’imperialismo, sono fatti di una sola medaglia; quante possano essere le facce, poi, non conta nulla. Proprio così. A Vicenza, a quanto sembra, buona parte della popolazione non vuole l’ampliamento della base, a costo di far perdere il posto di lavoro a quei milleduecento concittadini che da lì traggono nutrimento per la propria famiglia, i propri figli, cioè i propri averi. Situazione spinosa, ma la determinazione è dei popoli, mai dei loro governanti, sempre più riflessivi e disposti ad agire di propria, singolare, iniziativa. Sotto ricatto: o ampliate la base, ci dicono i nostri cari ed amichevoli “alleati”, oppure ce ne andiamo, trasferiamo tutto in Germania, e addio lavoro per quegli italiani impegnati con noi. Ora, decidete. Queste le trame della diplomazia, dietro le amicizie, si nascondono sempre i coltelli puntati tenuti da sorrisi brillanti. Ed ancora, dopo lunghe giornate, nelle quali i pacifici deputati di Rifondazione, dei comunisti italiani, dei Verdi & Co. , trepidavano attendendo le direttive inappellabili dell’amico Prodi, finalmente il Presidente si fa sentire: la base si amplierà, sempre fedeli ai nostri amici. Un pizzico di sincerità: qualcuno realmente si aspettava qualcosa di diverso? E così, in un cupo pomeriggio piovoso, mentre sentivo la notizia della discussione sulla base, il pensiero mi ritorna a temi mai più considerati, e che, purtroppo, sono ancora così vicini, agghiaccianti. L’imperialismo. Prima, citando, l’ho chiamato fase suprema del capitalismo. Qualcuno, sono sicuro, starà sogghignando, leggendo queste righe. Stolto. Assistiamo, silenti, inermi, con una certa aria di inevitabilità, al continuo, incessante tentativo di continuare una politica che vede, senza scrupoli, i primi paesi del mondo impegnati ad allargare i propri mercati, a ricercare nuove fonti di approvvigionamento fuori dai propri confini, invadendo, uccidendo, devastando, saccheggiando in nome di qualche ideale riesumato fuori dalla Storia per giustificare l’ondata, la congiuntura, di distruzione e morte di turno. Rifiutare l’allargamento della base di Vicenza deve configurarsi solo come un minuscolo passo, una goccia in mezzo al mare, che tutti dovremmo compiere: non con la speranza che il governo operi come da noi richiesto, perché ciò sarebbe andare contro le regole stesse del gioco, sarebbe scegliere una via che porterebbe al collasso stesso delle istituzioni repubblicane. Capito che, in realtà, la guerra è solo il segno inequivocabile delle profonde ferite del capitalismo, della sua, oramai, stantia vecchiaia, che, pur di sopravvivere ad ogni costo, barcolla, senza mollare, sfoderando l’ultima ferocia di cui è capace, prima del collasso internazionale che coinvolgerà tutti, dai colori dell’Africa all’opaca spregiudicatezza Americana. Rifiutare la base non nel nome della pace, che, oggi, non ha evidentemente nessuna possibilità di esistere: rifiutarla nel nome della verità, forti della comprensione strutturale che la guerra è solo un metodo per allontanare la visione della morte del sistema economico, rifiutare che le spire che oggi attanagliano l’Italia e le sue genti, noi uomini, un giorno colpiscano qualcun altro, o, peggio ancora, riescano ad impedire a noi di ribellarci, di creare un nuovo mondo realmente capace di invocare la pace e di ottenerla.

Biografie Immaginarie

Simone Famularo nacque a Piccola Capri il 21 novembre del 1988. Fin dai primi anni della sua infanzia diede mostra del suo fervore intellettuale fondando, all’età di 10 anni, la società ASPA “Agenti Segreti Per Amore”. Alle scuole medie si iscrisse all’istituto “Ettore Majorana”, intrecciando rapporti con numerose ragazze, ma impegnandosi anche in attività politiche. Trascorse questi anni nel peccato, conducendo vita lussuriosa e accompagnandosi a donne di malaffare. Finalmente arrivarono gli anni del liceo, gli anni più politici della sua vita. All’Aristofane divenne in due anni il più grande leader carismatico di sempre, entrando in contrasto con il preside Salamone. Attività, progetti, scioperi, autogestioni, occupazioni e molto altro colmarono la vita del futuro storico. Fondò il Dissidente, giornale politico-culturale, e fu sempre affiancato da fedeli compagni quali Manzari, Tullia e lo stesso Trecca. Durante l’ultimo anno di studi si ritirò dalla vita politica istituzionale per protestare contro lo strapotere del preside, lasciando l’istituto scolastico nelle mani di folli rappresentanti degli studenti. Per tutti gli anni giovanili sarà presente nel Famularo il sogno della rivoluzione, del sovvertimento dell’ordine sociale e statale. Finito il liceo si iscrisse alla facoltà di storia e contemporaneamente iniziò a scrivere la sua opera più magnificente: “Vite filosofiche”. Sposata Valeria, luce della sua vita fin dagli anni liceali, si ritirò a vita privata dopo aver raggiunto la ricchezza con il suo libro. Considerato un modello di vita da numerosi seguaci e idolatrato da una setta che si ispirò alle sue idee politiche e filosofiche, Famularo morì assassinato da un fanatico fascista all’età di 73 anni, il giorno stesso in cui Washington bombardò la Piazza Rossa, dichiarando guerra alla Russia. Nella sua casa fu trovata la sua ultima opera “dove sbagliò Marx e come il comunismo tornerà al potere”, ancora oggi giudicata la vera bibbia del pensiero comunista. Sottolineò sempre di aver dato via tutta la propria ricchezza e di aver tenuto solamente il necessario a sostentarsi. Scrisse pochi giorni prima di morire: “torno là da dove sono venuto: nell’universo. E agli amici dico di non preoccuparsi. Il vostro Dio è comunista”.

Angelo Trecca nacque a Roma il 2 ottobre del 1987. dopo un’infanzia felice, trascorsa tra gli agii della ricca casa famigliare, si iscrisse al liceo Classico “Orazio”, ma a causa del suo eccentrico carattere fu bocciato al termine del primo anno. Il 2002/2003 fu l’anno della svolta. Trecca si iscrisse all’ “Aristofane” dove avrebbe trascorso gli anni più producenti della sua attività filosofico-letteraria. Alcune testimonianze filologiche, raccolte dallo storico Famularo, parlano di una poesia d’amore recitata in un’aula di lezione durante il secondo anno “con commovente beatitudine rischiarò il grigio cielo dell’esistenza liceale de’ suoi compagni” (da “Vite filosofiche”, Simone Famularo). In questi anni il Trecca divenne una vera autorità della scuola, occupandosi del controllo del servizio d’ordine durante le autogestioni e promuovendo numerose attività e progetti tra cui una campagna di sensibilizzazione ecologica, che si poneva l’obiettivo di convincere il maggior numero possibile di persone a venire a scuola in bicicletta. Famose anche le sue lezioni di vita, espresse tramite aulici aforismi. Memorabile il giorno in cui si rivolse alla Professoressa Vicari, famosa studiosa di glottologia inglese dell’epoca, affermando “Professoressa, perché non andiamo tutti a raccogliere le mele sugli alberi?”. Nelle sue “Vite filosofiche” Famularo ci ricorda, tra l’altro, il Trecca impegnato in una giornata primaverile del terzo anno a donare un sorriso a tutto il liceo, girovagando con una corona di margherite sul capo. Il quarto anno fu quello della conversione e dell’incontro con il vero amore: Maria. Sono gli anni in cui il Trecca non avrà più dubbi sulla felicità dell’esistenza, ma soprattutto in cui matterà a punto la sua filosofia positivo-ottimista, basata sulla forte credenza religiosa. Finiti gli studi si dedicò alla ricerca di Dio, divenendo la più grande autorità teologica della storia. Morì nel 2077 all’età di 90 anni mentre riceveva in visita alcuni suoi ex-compagni di studi. Sembra che la sua ultima frase sia stata “Per arrivare alla sorgente bisogna andare contro corrente”.

(Piero)

The Velvet Underground

Non un disco. IL DISCO. Immaginate i club peggiori di tutta New York, i sobborghi più malfamati, le strade più buie, le droghe più forti, il sesso più estremo. Immaginate la voglia di vomitare, ma quella forte, dopo una sbronza; il ballo sfrenato, la testa che pesa, il cerchio alla testa, la testa che crolla all’indietro, l’ago e la vena. Ascoltate il disco. Ho reso l’idea?
Bhe pensate che questo disco è partorito da questi contesti, perla nera in un mondo sbiadito, disilluso, sfatto, apparente dove l’unico vero motivo per andare avanti è solo il bisogno di un altro “schizzo”. I Velvet Underground cantano il loro mondo, nell’unico modo in cui è possibile cantarlo, tramutando la realtà in una musica tanto sporca quanto lo è la loro vita. Camuffando dietro alle distorsioni delle chitarre e all’angoscioso tremore della viola tutte le loro paure e bisogni primari, senza tabù, con violenza e ossessione.
Dopo due anni di gavetta e censure per i testi troppo espliciti delle loro fantasie sonore incontrano in Andy Warhol il loro guru, il loro patronus. Una figura così influente e carismatica che sarà in grado di tenere le redini del gruppo e di produrre IL DISCO nel 1967 e che affiancherà a Reed e Cale il volto di Nico, bionda femme fatale, antesignana del dark, voce profonda e sguardo gelido.
Il rapporto fu sempre conflittuale fra Lou Reed e Nico che non voleva assolutamente cederle il ruolo di “prima donna” della band. La stupenda voce calda di Nico fu allora relegata in tre canzoni “Femme Fatale, All tomorrow’s Parties, I’ll be your mirror”, addirittura doveva essere lei a cantare “Sunday Morning” l’overture dove l’alone di quiete e pace dovuto allo xilofono è in antitesi con i versi pieni di inquietudine, registrata poi da Reed con una voce sovraincisa più volte avvolta di echi eterei. Il beat puro di “I’m waiting for the man” ci riporta a terra, anzi sottoterra, aspettando l’uomo che ti faccia non-vivere consegnandoti per 26 dollari la dose per passare la giornata. Ma è con “Venus In Furs” che si tocca l’apice del disco. Scena di amore sadomaso, pellicce di ermellino, stivali e frusta per una girlchild che colpisce fino a far sanguinare il suo servo Severin. Atmosfera indiana, fischio perenne, chitarra stridula-distorta, e viola; al coronare il tutto la voce ipnotica, assente, di Lou Reed. “Run, Run, Run” , dove un assolo acido devasta l’atmosfera gia martellante e asfissiante, racconta le vite parallele di molti figli dell’underground (leitmotiv anche nella solista “Walk On The Wild Side”) mentre il manifesto di Reed è decisamente “Heroin”, testo agghiacciante, nichilismo puro in un ritmo prima calmo e poi febbricitante. “Heroin, be the death of me. Heroin, it's my wife and it's my life, ha-ha Because a mainer to my vein Leads to a center in my head And then I'm better off than dead” Eroina, che tu sia la mia morte. Eroina, sei mia moglie e la mia vita, perché un ago nella vena porta al centro della testa e sto meglio che se fossi morto”. La conclusione “European Son” impazzisce dopo poco più di un minuto e per sei minuti assistiamo a un baccanale uditivo che ci stravolge gia dal primo rombo di chitarra che sembra un barrito di un elefante assetato. Un disco paradigmatico, a mio avviso semplicemente stupendo.
CURIOSITA’: La celebre banana in copertina nelle prime copie in vinile era “sbucciabile” lasciando scoperta una banana rosa ed è stata creata da Andy Warhol. Il disco fu registrato in uno scadente studio di New York in due giorni a metà del ’66.


(Carmine)

APOCALYPTO

Zampa di Giaguaro è un indigeno Maya che vive la quotidianità delle sue primordiali condizioni. Sin dall'inizio si comprende che ha una prospettiva di vita piuttosto pacifica, ha un primo figlio e ne aspetta un secondo dalla moglie. Di ritorno da una battuta di caccia, una volta coricatosi, ha una sorta di macabro sogno premonitore. Al risveglio, ha appena il tempo di realizzare che una tribù nemica sta invadendo e saccheggiando il villaggio in cui vive con la propria famiglia; si adopera immediatamente per metterla in salvo, e ci riesce; tuttavia, pur lottando strenuamente, non riesce a salvare se stesso, e viene sottratto alla sua gente come alcuni altri suoi “concittadini”. Viene portato al vertice di un tempio, ma prima di essere sacrificato riesce a fuggire attraverso la giungla e tornare dai suoi. A questo punto scorge qualcosa che non si aspettava: alcune imbarcazioni si avvicinano alle coste della sua terra; gli uomini che le guidano hanno abiti mai visti prima, ma sicuramente poco rassicuranti, al punto che ha la spontanea reazione di nascondersi, e solo allora comprendiamo il significato autentico del titolo della pellicola. Il resto è storia.
Mel Gibson sceglie una civiltà a noi lontana per rappresentare la sua tesi, e viene travolto dalle polemiche. Sceglie di mostrare appieno la violenza all'interno di una civiltà che siamo portati a figurarci come idilliaca, e viene frenato, per quello che è possibile, in ogni cinema d'Europa.
Il film ci racconta un momento particolare della storia del misterioso popolo Maya, spostando continuamente la nostra attenzione dal protagonista in quanto essere umano, mentre si relaziona con l'ambiente che lo circonda (uomini, piante e animali, come uniti in un'unica categoria), ad una visione più ampia dei fatti, in attesa di scoprire chi è quel terzo elemento -che si rivelerà essere la spedizione coloniale spagnola- che abbiamo avuto la sensazione abbia assistito in silenzio a tutta la vicenda accanto a noi. Tralasciando le insinuazioni di razzismo da parte di chi ha troppi scheletri nell'armadio per riuscire a tacere, viene mostrata la debolezza una civiltà corrosa all'interno, in qualche modo già conquistata prima dell'avvento dei conquistatori, nei confronti dei quali non è affatto esclusa la possibilità di biasimo.

(Lorenzo)

AUTOGESTIONE AUTODERISIONE

Siamo alle soglie della quinta autogestione di questa scuola. Guardo intorno, e mi diverto ad osservare come, diversamente, vengono vissuti questi giorni di preparazione febbrile al grande evento dell’anno. Da una parte i rappresentanti e la spalla, il capo del servizio d’ordine: sudano, fremono, ce la mettono tutta per far riuscire quello che sarà il loro bambino, l’unica opera che lasceranno alla brevissima memoria della scuola. Dall’altro, gli Studenti, tutti affaccendati nelle solite e monotone insidie del vivere a scuola (compiti in classe, interrogazioni, code dalla merendara, le macchinette che ti fregano i soldi e i soliti che le prendono a pugni per riaverli). Una volta, condividevo le frenetiche agitazioni e speranze dei primi, ora quelle dei secondi: sinceramente, non so quale delle due posizioni sia migliore. Così, scagliato lontano anche l’ultimo residuo di impegno, abbandonata anche l’organizzazione del servizio d’ordine, me ne vado, magari un po’ invidioso, per i corridoi; vengo alle assemblee, sento e mi rendo conto che, purtroppo, niente continua a cambiare. Eh già. Il vecchio, classico, ed affettuoso problema del fancazzismo militante per i corridoi, il disinteresse totale per ogni tipologia di risentimento, di politica, di risoluzione dei problemi comuni, regna ed imperversa sovrano tra le mura dell’Aristofane. Si è perso ogni minimo interesse, proprio perché la comunità non ha più valore, conta solo il singolo e quanto è ben vestito (ebbene si, nessuno l’avrebbe mai detto, ma ora è questo il canone anche all’Aristofane!). Ma, ora, non è mia intenzione dilungarmi su quanto questa situazione sociale sia infima e degradante: scenderei nel banale, nel moralistico, e, forse ancora peggio, nel paternalistico. No, non è questo il mio intento, almeno, il titolo che ho scritto mi ricorda che devo parlare di altro. Il problema, però, è che questa breve descrizione dell’aristofanino medio, che tutti noi conosciamo, dovrebbe essere compresa dai rappresentanti d’istituto, dovrebbe essere considerata e risolta. Invece no. Quest’anno, addirittura, per far cazzeggiare meglio, è stata istituita la “Ludoteca”. Cos’è? Io non ci volevo credere, e non ci ho creduto sino al giorno del comitato studentesco di gennaio. Poi, l’incubo è diventato realtà. Grande istituzione che verrà ricordata negli annali, è la fondazione di un’aula dove saranno a disposizione giochi del calibro di Risiko, Monopoli ed altri; con annesso, chiaramente, servizio d’ordine che difenda, dai furti inevitabili di tutti i fan di questi giochi, che sicuramente non perderanno occasione per rimpinguare le proprie bustine dei carrarmatini o degli alberghi. Scusate, ma devo aver scordato perché stiamo autogestendo. Credo di aver dimenticato che senso ha tutto ciò, e lo penso dal momento in cui mi è stato detto “si autogestisce”, ma nessuno, per un solo istante, ha provato a pensare “ma perché lo facciamo?”. No, oggi si autogestisce e basta, è scritto sul programma per il quale mi hanno votato, che faccio, non lo rispetto? E quest’altr’anno chi mi vota poi? Cammino ancora per i corridoi, caffè alla mano, ma sono più cupo, rattristato: davvero tutto ha perso valore? Davvero niente ha più senso, se non per perdere sei giorni sputati di scuola? Sembra non avere senso neanche per chi, di solito, ce lo aveva… Una domanda mi affligge: che tutto ciò forse non abbia mai avuto valore? Avevano ragione quei professori dall’aria di antichi saggi che vaticinavano l’inutilità becera di tutto? No, a questo livello di disperazione ancora non sono arrivato: quegli insegnanti erano, e restano, stupidi gufi molesti. Una volta, un senso, per quanto vicino all’inconscio, velato e quasi nascosto, esisteva, ed era quello a fare la differenza.
Senza pensieri, senza parole. Non finisce qui: dopo l’istituzione della ludoteca, arriva il grande divieto: al servizio d’ordine è proibito giocare a carte, pena l’espulsione dal corpo. Naturale, scatta il sorrisino ironico: niente carte, però una partitina a Risiko… No, davvero, sembra non esserci più speranza per quest’anno.
Autogestione come dispersione, come campagna elettorale di accattonaggio; le idee erano di altri tempi, oggi vanno solo i sorrisi e le seghe programmate. Rassegnarsi?


(Simone)

Rocky è tornato

Verrebbe da chiedersi perché, ma la maggior parte delle risposte sarebbe sbagliata. A dire il vero, ci si sarebbe anche potuti fermare a quel Rocky V, che aveva chiuso la saga degnamente, riportando Rocky alle radici. Rocky era storia ormai.
Ma Rocky è tornato. Non per i soldi, e neanche per la fama. Solo per la grande passione che lo ha sempre accompagnato. E da questo punto di vista Mr. Balboa assomiglia al suo interprete, quel Sylvester Stallone capace di calcare ancora le scene a 60 anni suonati con quella sicurezza e quel carisma che solo lui ha, rimettendo in gioco i valori che incarnava nel primo Rocky, e mettendoli a nudo davanti a chi con questi film è cresciuto. Certo, la dipartita di Ferruccio Amendola ha tolto molto al personaggio, e si sente. Ma le espressioni (o l’espressione?), la voglia di vivere di Rocky Stallone sono sempre gli stessi. E’ un romanzo moderno, espressione dell’irrazionalità umana, che gioisce nel soffrire.
E anche se alcuni personaggi non sono stati sviluppati in profondità come avrebbero dovuto, soprattutto il figlio di Balboa, la storia regge ed è difficile che lo spettatore si annoi. Lo svolgimento è sempre quello: viene fissato l’incontro, allenamento dei pugili, scontro finale. Uno sviluppo a dir poco ridondante, che ci ricorda nella sua ripetitività “Ritorno al Futuro III” o gli infiniti remake e capitoli di “Non aprite quella porta”. Ma al pubblico ciò non importa, nulla importa: tutto ciò che vuole è sangue e sudore, fama e vittorie. E lo ottiene.
Va detto che alcune cadute di stile potevano essere evitate, come la comparsata dell’ex pugile Mike Tyson e alcuni dialoghi che oltre a risultare melensi e patetici non aggiungono nulla all’essenza stessa del film.
La trama è semplice, ci troviamo ai giorni nostri, Rocky si è ritirato e gestisce un ristorante italiano (che ha chiamato “Adriana”) nella periferia di Philadelphia, dove intrattiene gli ospiti raccontando loro storie del suo passato. Si reca tutti i giorni al cimitero per pregare sulla tomba della moglie, morta prematuramente per un cancro. La boxe mondiale vive un momento di stasi, dovuto alla straripante supremazia del campione in carica, il giovane Mason Dixon, che non concede più di due riprese a nessun rivale sino a quel momento incontrato. Un giorno, durante un dibattito in TV, viene mostrato un confronto computerizzato tra Mason e Rocky, che ottiene un vasto successo di pubblico; i manager del giovane campione fiutano l’affare, e propongono a Rocky un incontro, senza cinture in palio, per risollevare l’immagine di entrambi gli atleti. Rocky accetta e comincia l’allenamento… E con le solite, indimenticabili musiche di Bill Conti si arriva al memorabile match.
Il finale epico lascia comunque una sensazione di incompletezza, forse Stallone avrebbe potuto osare di più; e forse, se lo avesse fatto, ora saremmo tutti qui a criticarlo per questo.
In conclusione, se siete stati catturati dalle storie passate di Rocky, questo ultimo episodio non vi deluderà affatto.

(Bolda)

HIV = AIDS

Anime
Immonde
Di
Scienziati

Hanno
Inventato
Virus



Quella di cui sto per parlare sarebbe, se si rivelasse vera, probabilmente la più grande truffa mai compiuta ai danni dell’umanità. Una pagina di questo giornale non è certo il luogo più adatto per una completa dissertazione scientifica (di cui ci sarebbe bisogno) sul problema, né io possiedo le competenze adatte per un’operazione di questo tipo. Quest’articolo è semplicemente un restrittivo (sicuramente troppo) riassunto di alcune mie letture e ricerche che mi hanno lasciato a bocca aperta e con mille domande in testa. Ma spero che riesca a ottenere lo stesso effetto anche su di voi.

Negli anni 70 il scienziato Peter H. Deuesberg riuscì a decodificare la sequenza dei geni dei retrovirus, a cui appartiene il virus dell’HIV. I retrovirus isolati fino ad oggi sono circa 200 e sono tutti considerati assolutamente innocui. Tutti eccetto l’HIV, che sarebbe la causa della più famosa e terribile malattia del nostro secolo: l’AIDS.
Più precisamente l’AIDS è un’immunodeficienza, ovvero una carenza di difese immunitarie. Per determinare la presenza dell’AIDS si sottopone il presunto malato ad un test per verificare la positività agli anticorpi dell’HIV. Se la persona risulta positiva al test (ossia nel suo corpo sono presenti anticorpi, ma NON il virus) ed inoltre presenta uno dei 29 mali (polmonite, diarrea, herpes, candidasi ecc.) considerati sintomi dell’AIDS, è considerata malata. Se il soggetto è positivo al test ma sta bene è considerato “malato asintomatico”. Questa mancanza di correlazione tra risultati del test e malattia è indubbiamente sconcertante.
Tutto questo quando, al giorno d’oggi, “se ci fosse la prova che l’HIV causa l’AIDS dovrebbero esserci dei documenti scientifici che lo dimostrano, o che almeno ne indichino un’alta probabilità. Ma non c’è alcun documento.” Parole del Dr. Kary Mullis, premio Nobel nel 1993 per la Farmaceutica.
Eppure l’equazione HIV=AIDS è data per scontata. Ed un malato può anche non presentare sintomi per tutta la vita ma sarà comunque un malato. Ma l’aspetto più inquietante della vicenda forse sta nel fatto che il farmaco utilizzato per curare la malattia potrebbe essere proprio la causa di essa. L’AZT fu messo a punto nel 1964. Inizialmente considerato letale, non ne fu chiesto neanche il brevetto. Improvvisamente, nel 1986, fu messo in commercio come farmaco contro l’AIDS. L’AZT blocca i processi di duplicazione del DNA ed impedisce la formazione di nuove cellule. Ma non fa alcuna distinzione tra virus e cellule sane. Dunque neanche quelle responsabili della difesa immunitaria. E l’AIDS è un’immunodeficienza.
Per concludere chiediamoci dov’è che l’AIDS ha raggiunto livelli da epidemia. In Europa? In America? Ma no… non è difficile… Ma naturalmente in Africa, dove sembra che i sieropositivi siano più di 8 milioni. Ma non i malati sintomatici. Poco male, non c’è sicuramente scarsità di malattie lì da loro. La malnutrizione ne causa a bizzeffe. Ed allora: sieropositivo + diarrea = AIDS.
Ma l’Occidente in tutto ciò non sta certo a guardare. Spinto dal suo solito spirito altruista ecco che stanzia milioni e milioni per l’acquisto dei medicinali da mandare in Africa. Medicinali prodotti soltanto dalla potentissima multinazionale inglese GLAXO. Nella storia non sono mai stati dati tanti finanziamenti per la lotta ad una malattia di quanti ne siano stati dati per l’AIDS. Ma se i medicinali donati non bastano si può sempre ricorrere al prestito della Banca Mondiale. Con conseguente indebitamento e ricatto.
Al giorno d’oggi il movimento dei dissenzienti alla teoria ufficiale sull’AIDS conta oltre 700 firme tra virologi, infettologi, epidemiologi e altri specialisti, tra cui 3 premi Nobel. Ed è paradossale e preoccupante allo stesso tempo che stiano lottando per dimostrare che l’ipotesi HIV = AIDS sia falsa, quando nessuno ha ancora dimostrato che è vera.

“ Se si smettesse di usare il test HIV, l’epidemia africana di AIDS scomparirebbe”
Dr. David Rasnick, commissione presidenziale sudafricana.


(Giovanni)

mercoledì 24 gennaio 2007

FUMETTI


update

Update del sito: 24/01/2007 13:27:
- layout
- aggiunto un articolo e i fumetti
- aggiunta la foto

La redazione

lunedì 22 gennaio 2007

Trout Mask Replica


Bhe Ragazzi, approfittando del blog la redazione inizia con il fare alcuni regalini multimediali. Inizierei facendovi ascoltare l'album che ho recensito nel primo numero di gennaio, il famigerato Trout Mask Replica di Captain Beefheart. Vorrei tanto che lo ascoltaste e che mi deste il vostro parere.


Trout Mask Replica CD 1

Trout Mask Replica CD 2






Il procedimento per il download è molto semplice. Cliccate sui link e vi si aprirà la pagina di lix.in, cliccate su continue e si aprirà il sito di rapidshare, scorrendo fino alla fine cliccate su free, aspettate il tempo necessario e inserite il codice di numeri e lettere nella casella di testo che si aprirà e poi BUON DOWNLOAD.

Articoli Gennaio #7

PENA DI MORTE

Sono rapidi frammenti di notizie con cui siamo assiduamente tempestati dai media. Sono eventi. Sono date che rimarranno nella storia. Sono momenti di vita. E noi prendiamo atto, ma abbassiamo la guardia. Continuiamo a vivere la nostra vita di tutti i giorni. Con i nostri impegni quotidiani, con le solite notizie che passano in tv. Che leggiamo sul quotidiano. Che sentiamo alla radio mentre ci prepariamo la mattina. E commentiamo. In silenzio, ma commentiamo. E forse ci domandiamo anche come facciamo a non provare nulla nelle tragedie che colpiscono ragazzi della nostra età. Gente che potrebbe essere tranquillamente un nostro parente, amico, conoscente. Di recente l’intero mondo è stato spettatore della condanna a morte ed esecuzione del Rais Saddam Hussein. L’evento ha scatenato polemiche, consensi, prese di posizione. C’è chi afferma che il mondo ora è diviso in due parti. C’è chi continua a sostenere la lotta contro la pena capitale – ne è un esempio il premier radicale Marco Pannella che non ferma il suo digiuno atto a chiedere una moratoria globale all’ONU sulla pena di morte – e chi crede che il miglior modo per migliorare lo Stato, per condannare l’illegalità, sia uccidere. La pena di morte è un alienazione del diritto naturale alla vita, e dunque proprio dell’uomo. Ma noi ci fermiamo a riflettere su quanto questo provvedimento sia giusto o sbagliato solo quando fa notizia. Solo quando ad essere ucciso è un uomo “importante”. Ma tutti sappiamo, anche se a volte cerchiamo di dimenticarlo per sentirci meno colpevoli del nostro silenzio, che da sempre la condanna più semplice per un uomo è la condanna capitale. Sappiamo che nelle prigioni del “Nuovo Continente” uomini come noi continuano ad essere torturati, ancora prima di essere condannati – ricordo lo scandalo dei prigionieri di Guantanamo e l’errore durante un esecuzione per iniezione letale negli USA, per cui un prigioniero ha sofferto 34 minuti di agonia prima di morire – in cui il Governo non basa le leggi sul diritto naturale, da cui ogni uomo dovrebbe essere protetto, appellandosi a questo. La condanna per iniezione letale è di per se una tortura ed è ritenuta “incostituzionale” poiché viola legge che proibisce le punizioni crudeli e inusuali. Forse dovremmo davvero fermarci e cercare di capire cosa succede nel mondo. Diamo troppe cose per scontato. Siamo così ingenuamente felici di condurre le nostre vite nel benessere, nella salute, che stiamo perdendo la sensibilità di fronte all’ingiustizia, alla violenza. La società in cui viviamo accentra tutto ciò che accade sul singolo individuo. Tutto dipende da noi, che siamo i protagonisti della nostra vita e di quella degli altri. Tuttavia stiamo dimenticando quanta importanza abbia la vita umana, che sta passando in secondo piano rispetto alla politica, all’interesse, all’economia. Ora un ennesimo uomo si è aggiunto alle vittime della legge dello Stato. Ora è finito tutto. Abbiamo rimosso la condanna di Saddam Hussein dai nostri pensieri e dalle nostre discussioni, nello stesso momento in cui i media hanno smesso di parlarne e di diffondere il video dell’esecuzione, che tutti, seppur con grande sdegno, abbiamo visto. Riflettiamo e guardiamo la realtà per quella che è, e non per come noi vorremmo che sia. Perché solo conoscendola, e rifiutandola, possiamo sperare in un mondo migliore in cui vivere.

“Quanti innocenti all’orrenda agonia votaste decidendone la sorte, e quanto giusta pensate che sia una sentenza che decreta morte.”

F. de Andrè

(Isena)

Articoli Gennaio #6

PAX AMERICANA

La tensione in Medioriente sta raggiungendo il suo apice massimo. L’intricata ma fragilissima rete di accordi, tregue, trattati di non belligeranza (e di non proliferazione nucleare) e compromessi che lo ricopre sta per rompersi. E trasformarsi in un’enorme bomba. Lo dice la giornalista del tg1, me lo dicono i militari morti in un agguato dei talebani, me lo dicono le cifre (cifre…prima esseri umani, poi solo cifre…) dei morti nell’attentato al mercato di Baghdad, me lo dicono i due milioni di libanesi in piazza contro il governo Siniora, me lo dice la foto su internet del bambino (avrà avuto non più di dodici anni..) con una pietra in mano.

Le fonti dunque sono tante e non mi è difficile capirlo. Difficile da capire mi risulta, invece, il come una missione militare in Iraq possa essere considerata di guerra e una di 2000 soldati in Libano (aggredito da Israele) possa essere di pace. Difficile da capire mi risulta la frase di Bush che afferma: “La condanna a morte di Saddam è una pietra miliare nel cammino dell’Iraq che vuole diventare uno stato di diritto”. Difficile da capire mi risulta la gente che si ostina a negare che gli USA stanno tentando di costruirsi il loro impero su tutto il mondo. Concentrandosi ora sul Medioriente.

Quella usata dagli Stati Uniti non è una vera e propria strategia militare. E’ più che altro una concezione della realtà, di se stessi e dell’altro. Una concezione apparentemente più innocua di quella feroce dei fondamentalisti islamici ma in realtà molto più pericolosa per l’affermarsi dei diritti e della libertà dei popoli. Una concezione che in passato ha portato al formarsi di uno degli imperi più grandi e potenti della storia e ripresa oggi, abbastanza apertamente dagli USA: la pax romana. Questo tipo di mentalità aveva portato il mondo ad essere “pacificato”, negli ultimi anni del I secolo a.C., sotto il segno del dominio di Roma. Convinta di essere esportatrice di un tipo di civiltà superiore Roma era legittimata a portare la guerra nei Paesi che più riteneva pericolosi e preziosi per il loro impero, in nome di un valore più alto. La guerra, vista la superiorità militare, non era lunga e, sbaragliato l’esercito nemico, si imponeva una sorta di pace controllata. Le usanze e i costumi del popolo sottomesso rimanevano spesso le stesse, tanto per dargli l’impressione di essere ancora libero; le decisioni politiche ed economiche erano prese da Roma.

Le somiglianze a ciò che sta accadendo ai giorni nostri si sprecano e sono decisamente inquietanti. La totale omologazione politica e culturale, sotto il segno di Washinghton, non è più esattamente un miraggio. Chi dissente è liquidato. Conquistato in nome della democrazia. L’Europa è sempre più schiava della strategia politica ed economica degli USA, incapace di adottare risoluzioni importanti che si distacchino da quelle americane, l’America Latina cerca in questi anni di ottenere la propria libertà attraverso lo strumento elettorale premiando sempre più spesso la sinistra, ma è in Medioriente che si sta giocando la partita più importante.Deportato il popolo palestinese, trovato il pretesto per conquistare l’Afghanistan e le sue risorse di petrolio, per attaccare l’Iraq e imporre un governo fantoccio (ma le armi di distruzione di massa dove sono? Ma la tanto desiderata pace per gli irakeni?), per aggredire il Libano (stavolta con l’aiuto del fidato alleato Israele), e per minacciare l’Iran e i suoi alleati (ma perché gli Usa possono dichiarare di possedere armi nucleari e minacciare di usarle mentre gli altri paesi neanche possono portare avanti piani per la produzione di energia?), non rimane altro da fare che aspettare e attendere che la situazione precipiti. O resistere…

But…what’s next?



“Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loro sete di totale devastazione, vanno a frugare anche il mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se è povero; gente che nè l’oriente nè l’occidente possono saziare; loro soli bramano di possedere con pari smania ricchezze e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e con falso nome lo chiamano impero; infine dove fanno deserto lo chiamano pace.”

Tacito 98 d.C.


(Giovanni)

Articoli Gennaio #5

UN 2006 DA RICORDARE

E non solo, come tutti avranno sicuramente pensato, per la vittoria mondiale degli azzurri del pallone.

Quest’anno l’Italia è stata protagonista nello sport, e non solo nel calcio.

Per cominciare cronologicamente, durante il mese di febbraio Torino ospitava la XX edizione delle Olimpiadi Invernali. Grande successo di pubblico e una città ammodernata che accoglieva degnamente i numerosi visitatori accorsi da tutto il mondo. Le medaglie e gli onori conquistati dai nostri atleti variavano da discipline semi-dimenticate come lo slittino, fino al più popolare sci di fondo.

Ancora nel mese di febbraio si disputava il cosiddetto Sei Nazioni, la maggiore competizione europea di Rugby, che vede la nazionale italiana protagonista dal 2000. Chi conosce questo sport sa bene che l’Italia non ha ancora raggiunto il livello delle altre compagini europee ed ogni anno si può sperare al massimo in una vittoria sulle cinque partite che si disputano nel torneo. Nell’anno appena trascorso la squadra ha ottenuto un pareggio (risultato insolito nel rugby) contro il Galles, quanto basta per non essere relegati a zero punti e non ricevere l’infame cucchiaio di legno, trofeo consegnato ironicamente alla squadra sempre sconfitta.

Come non poter parlare dello scandalo che ci ha accompagnato durante tutta l’estate, moggiopoli o calciopoli (come preferite), che ci ha fatto ridere dietro mezzo mondo e tutta Europa, ma che in fin dei conti non ha cambiato nulla nel sistema calcistico? Sono sempre stato un fan delle risposte insensate alle domande retoriche, ma per questa volta lascio correre e non spreco inchiostro per vicende di cui è già stato detto tutto. Fatto sta che il campionato di Serie A è ricominciato dopo la sbornia mondiale senza stupire nessuno e confermando il più totale e prevedibile dominio dei nerazzurri di Milano. Sembra quasi che la vittoria mondiale abbia fatto tabula rasa dei peccati di Moggi & co., e che a nessuno sia importato più di tanto punire i malfattori.

Per quanto riguarda la pallacanestro, in agosto si sono svolti in Giappone i mondiali maschili, che hanno visto impegnate le più forti squadre del mondo, Dream Team americano compreso. La nazionale azzurra ha vinto tutte le partite del suo girone, eccezion fatta per la sconfitta con gli USA, classificandosi seconda. Nella fase ad eliminazione diretta otteneva un meritevole quinto posto, dietro Argentina, USA, Grecia e Spagna, risultato che soddisfa appassionati e federbasket.

Un altro grande avvenimento sportivo per i nostri colori è stato il Draft NBA. Spiego in poche parole cos’è per i profani: tutte le squadre del campionato americano di pallacanestro si riuniscono per “spartirsi” i giovani talenti che vanno dai 19 ai 22 anni che non hanno ancora un contratto professionistico; durante il Draft, come potete immaginare, sono scelti per primi i giocatori più forti e promettenti. Il 28 giugno, Andrea Bargnani, giovane cestista romano proveniente dalla Benetton Treviso, è stato scelto per primo dalla squadra dei Toronto Raptors, primo europeo in assoluto a raggiungere quest’importantissimo traguardo. Un grande riconoscimento anche per la federazione italiana.

Purtroppo non è stato un buon anno per gli amanti delle competizioni motoristiche, solitamente dominate da veicoli e piloti tricolore. In ottobre Alonso si riconfermava campione del mondo di Formula 1 per il secondo anno consecutivo, ponendo alle sue spalle il plurivittorioso ferrarista Michael Schumacher, mentre la sorpresa più grande arrivava dalle due ruote: Nicky Hayden, pilota americano di ben poche speranze, alla guida di una Honda ufficiale, metteva a segno il colpo della carriera approfittando di una caduta del nostro Valentino nazionale nell’ultimo Gran Premio della stagione e beffando la grandissima rimonta dell’italiano.

Si tratta sicuramente di un’ottima annata per gli atleti ed i tifosi italiani.

(Bolda)

Articoli Gennaio #4

HEINRICH BOLL

Heinrich Böll nacque a Colonia nel 1917. La sua attività letteraria iniziò immediatamente alla fine della seconda Guerra Mondiale, suscitando forti polemiche a causa delle sue convinzioni politiche. Antiborghese, ma anche sentitamente antisovietico Böll si schierò polemicamente contro la Germania post bellica della ripresa economica, e contro la costituzione della NATO, combattendo numerose battaglie civili e politiche. Nel 1972 gli venne assegnato il premio Nobel per il romanzo “Foto di gruppo con Signora” , ma ciò non servì a schermirlo dalle diatribe della vita culturale tedesca che lo avevano coinvolto durante tutti gli anni precedenti. Cattolico e intransigente moralista riuscì ad esprimere con accurata precisione di dettagli critici il proprio astio verso la formazione della nuova società tedesca, tutta intenta a contribuire al frenetico miracolo economico, senza accorgersi della progressiva perdita di ogni valore etico e civile. Fu attento all’influenza che la guerra aveva esercitato, materialmente e moralmente, sulla vita del popolo tedesco, sottolineando spesso la completa miseria spirituale che il conflitto porta con sé.

Manifesto delle idee politiche e morali che accompagnarono l’attività di Böll è il romanzo “opinioni di un clown”, pubblicato nel 1963, e capace di condurre il lettore verso l’analisi di una realtà completamente opposta a quella che governa comunemente l’immaginario sociale. La storia è quella di un pantomimo, Hans Schnier, il quale, abbandonato dalla propria convivente, Maria, convinta cattolica che per anni ha vissuto con lui nel concubinato, cade in uno stato depressivo che lo porterà a distruggere la fama di artista costruita in numerosi anni di spettacoli. L’autore ribalta così il pensiero comune che accompagna l’identità di un clown, e pone l’artista che più di ogni altro “deve divertire” in un contesto malinconico, solitario, talvolta vicino alla follia. Tornato nella propria città di origine Bonn, Hans ha bisogno di aiuto. Con l’ultimo spettacolo, recitato da ubriaco, ha distrutto definitivamente la sua fama e, come affermato dal suo agente, ha bisogno di almeno sei mesi di riabilitazione e di esercitazioni prima di tornare sui grandi palcoscenici. Da qui in poi il libro ci appare come una lunga digressione, un tragico giudizio sulla povertà culturale e ideologica della Germania post nazista. Hans telefonerà a tutti i suoi amici, al fratello, alla madre, a vecchi conoscenti appartenenti al mondo cattolico con cui aveva avuto il dispiacere di discorrere durante numerose cene alle quali accompagnava la sua compagna, ma nessuno, neanche il padre, uno degli uomini più ricchi di Germania, che lo andrà a trovare nel suo appartamento, offrendogli ogni tipo do aiuto, riuscirà a comprenderlo o a sfuggire alle sue spietate accuse. La sua maschera gli ha consegnato le chiavi di un ineluttabile destino. La sua scelta di essere un clown lo devia verso una drammatica solitudine,un angolo buio, dal quale con la forza della sua immaginazione egli può rappresentare e analizzare in chiave comica la realtà, che paradossalmente risulta più grottesca della stessa rappresentazione goliardica. Ogni telefonata è occasione di disapprovazione, insulto, feroce critica al malcostume e alle barbare usanze di cui nessuno, in questa ipocrita Germania, può dirsi privo. Nulla potrà mai liberarlo dal vuoto che Maria ha lasciato, niente potrà rinnovarlo nel suo spirito artistico. E non è l’annullamento totale di sé stesso che lo porterà, al culmine della sua solitudine, a divenire un artista di strada, un cantore di grottesche litanie liturgiche, apparentemente privo di un qualsiasi talento. È il suo essere senza Maria, un’ispirazione forse venuta meno, in generale, potremmo dire, un’impossibilità di poter vivere con la consapevolezza di doverlo fare per la speranza che lei, prima o poi, ritorni.

(Piero)

Articoli Gennaio #3

CAPTAIN BEEFHEART AND HIS MAGIC BAND
TROUT MASK REPLICA
Manifesto di un Freak

Due dischi, ventotto tracce, settantotto minuti e cinquantuno secondi per esplorare il mondo del Capitano e la sua Magica Band. Chi è riuscito ad entrarvi non ne è ancora uscito e si perde nei meandri di un disco che faccio fatica a definire tale. E’ Il parto di una mente malata, un trip dissonante, una cacofonia itinerante, un freejazz psicotico, insomma qualcosa di cui il fruitore di musica tradizionale non vorrebbe mai e poi mai sentire nemmeno una nota in sordina. E farebbe bene. I timpani sono violentati dalla voce graffiante e cavernosa di Van Vliet, un leggero senso di nausea e di ribrezzo invade lo stomaco fin dalle prime note di Frownland (1:41 che sembra un' eternità) e l’ascolto si interrompe automaticamente con le urla stridula di Ella Guru, dove il dito della mano sinistra si muove automaticamente verso il tasto “STOP” dello stereo e quello della mano destra altrettanto automaticamente preme il grilletto di una rivoltella rivolta alle tempie. Questo istinto suicida si risveglierà in tutti gli sventurati che vorranno avvicinarci a questo disco almeno per le prime quattro volte che tenteranno di avviarne la riproduzione (è una previsione ottimistica). La domanda allora è: perché si dovrebbe ascoltare un disco così?. Le risposte potrebbero essere molteplici. O si è più folli di Captain Beefheart (è vi assicuro che è difficile) oppure la repulsione che il disco procura è sopraffatta dal fascino possessivo di una non-musica che, stravolgendo tutte le nostre certezze, ci conduce per mano verso una dimensione irrazionale, primitiva, istintuale, animale, dove il concetto stesso di musica perde di senso e valore trasformandosi in urla e sangue, obbligandoci contro la nostra volontà a immergerci sempre più in quel frastuono fino ad apprezzarlo nella sua complessità. La figura paradigmatica di Captain Beefheart (al secolo Don Van Vliet) assieme a quella altrettanto multiforme di Frank Zappa (amico e produttore di Trout Mask Replica) rappresenta l’anima nascosta dell’America di fine anni sessanta, quella grottesca, demenziale, falsamente umoristica ma fortemente sarcastica nei confronti della società che viene ridotta a nonsense nei testi e nella musica (Altra opera fondamentale è Freak Out di Zappa del 1966, primo concept album, sintesi di beat e psichedelia). Trout Mask Replica nel lontano 1969 anno della sua pubblicazione lasciò tutti di stucco. Mai era stato concepito un disco così, l’anima blues del Capitano (perfettamente espressa nel precedente Safe As Milk del 1967 di più facile ascolto) si fonde con il freejazz e con l’avanguardia musicale. Quanto il Blues rispetta gli schemi, tanto il freejazz ne evade utilizzando l’improvvisazione come momento fondante della creazione. Improvvisazione che scade spesso e volentieri nel rumorismo più assoluto. Basso, batteria e le due chitarre sono totalmente asincroni, il ritmo non regge la canzone, il ritmo non esiste. La voce arriva fuori tono, con un registro che varia dall’oltretomba al falsetto irritante. Le tracce sono brevi nessuna supera i tre minuti a parte la conclusiva Veteran's Day Poppy di 4:41 al contrario delle altre opere coeve (si veda le sperimentazioni dei Pink Floyd di Ummagumma o il primo disco dei King Crimson, considerato la prima opera progressive). Il disco non ebbe alcun successo di pubblico ma fu ritenuto fondamentale a livello concettuale e sperimentale, fu apprezzato soprattutto dalla successiva scena New Wave.
CURIOSITA’: il doppio LP è un estratto da sessions di registrazione durate otto ore, ma frutto di un lavoro di otto mesi nei quali la band sottostette praticamente agli ordini di Captain Beefheart che costringeva i musicisti a vivere in condizioni disumane.


(Carmine)

Articoli Gennaio #2

LAST.FM: LA MUSICA CHE UCCIDE LA MUSICA


La teconolgia è una pacchia per tutti. Gli mp3, la più grande invenzione del nuovo secolo. Lo so che è appena iniziato, ma potranno superarsi soltanto inventando un formato più sofisticato e versatile dell'mp3. E anche se dovesse accadere il mio discorso sarebbe comunque valido. Dicevamo. Oggi scarichiamo musica alla grande, il mulo, i myspace, procurarsi una bella collezione di dischi è facile. Io sono uno di quelli conservatori, sull'argomento. Voglio dire, anche io uso l'iPod, lo vendono, non posso farmi sfuggire una simile comodità. Tuttavia, pur preferendo, se devo ascoltare un album come Dio comanda, comprare il vinile in un negozio dell'usato e spararmi lato A e lato B sul divano con una birra fredda in mano, non mi soffermo a fare una predica che nessuno ascolterebbe e che risulterebbe, alla fin fine, neanche troppo intelligente. Voglio parlarvi di last fm e delle cazzate simili a questo programma. Per chi non lo conosce, tu inserisci un genere musicale, o più (è molto ben fatto devo dire, va dal rock all'indie baggy-rave pop), oppure un artista, o più e il suddetto coso ti trova una playlist coerente con i tuoi parametri di ricerca, proponendoti nel frattempo musica simile a quella che stai ascoltando, bastano un paio di click. Ecco, io temo che con last fm siamo all'inizio (o forse siamo già in fase anvanzata ma non ditemelo, non ci dormirei la notte) di un processo di impoverimento della genuinità della musica moderna. I tempi e i modi cambiano per qualunque cosa, devono cambiare, è bene che cambino. Ma così, e ripeto questo è solo l'inizio di un fenomeno, rischiamo di far passare di moda il naturale passaparola, ossia il metodo più spontaneo e romantico di diffondere conoscenza musicale, nonché il più oggettivo metodo di scrematura e selezione. Più semplicemente, se una band che ho appena scoperto merita, telefono ai miei amici e gli dico di procurarsi il disco, se non mi piace glielo nego, si tratta di premiare o non premiare. I nostri genitori compravano 33 giri, se era cosa gradita, registravano una o più copie in cassetta e le facevano girare. Ora se questo processo deve avvenire scambiandoci gli mp3, che avvenga pure, tanto di diritti d'autore si violavano prima come si violano ora, l'importante è che la cosa ci venga da dentro. E' vero come ho già detto che la cultura si evolve nelle proprie forme e a seconda dei tempi, ma qualcosa dovrebbe rimanere tutelato, almeno da chi ne ha facoltà e possibilità.


(Lorenzo)


MUSICA INDIE
Quello che tu ascolti oggi, io lo ascoltavo cinque anni fa.

La musica indie, contrariamente a quanto i più sono portati a pensare, si distingue da tutto il resto non per particolari sonorità, ma per le vie con cui viene prodotta e commercializzata, ed è impossibile da circoscrivere storicamente come fenomeno, avendo esempi validi in quasi ogni epoca della modernità. Il termine "indie" è abbreviazione e, per così dire, familiarizzazione dell'aggettivo di lingua inglese "independent", che denota appunto la non appartenenza, da parte di un artista, ad una delle quattro major (EMI, Warner, Sony e Universal) che gestiscono un'altissima percentuale del mercato discografico. Un'etichetta indie è controllata da un numero ristretto di persone, e la sede è spesso collocata in luoghi non propriamente adatti ad ospitare un ufficio o una sala d'incisione, come scantinati, garage, o comuni stanze d'appartamento. Per l'aspetto prettamente sonoro, è fondamentale la concezione dello stile lo-fi, ossia “bassa fedeltà”, ad indicare una produzione effettuata con i mezzi che una persona qualunque può possedere, e che ovviamente non garantiscono un risultato impeccabile, ma sufficientemente affascinante da spingere moltissimi professionisti a far apparire, in modo artificiale, la propria opera come un album fatto in casa; da ciò consegue anche un modo originale di distribuire quello che si crea, poiché ovviamente nessuna grande catena acquisterà mai copie dell'ep di una band sconosciuta registrato in un sottoscala con un semplice pc portatile: un tempo, i Velvet Underground regalavano vinili confezionati in buste di carta con la trackist scritta a pennarello nero, oggi molti scelgono le vie gratuite di internet con il formato mp3. Se proprio sentiamo la necessità di un contesto storico, il meglio che si può fare è attribuire ai liverpooliani La's il merito di aver reso alla portata di tutti il fenomeno (almeno per quanto riguarda il mercato europeo), scatenando una reazione che davvero nessuno si aspettava all'uscita del loro secondo singolo "There She Goes". In realtà i La's sono forse l'emblema di tutto ciò, fino al punto che Lee Mavers, autore di tutte le canzoni contenute nel loro unico disco, continuando a rimandare la data di pubblicazione del disco, venne informato un giorno che i suoi produttori, stanchi di tutto ciò, avevano mandato "in stampa" i demo delle canzoni che sarebbero dovute comparire nella versione definitiva, e fu costretto a partire controvoglia per un tour dopo il quale sciolse la band, colto da enorme frustrazione, come estrema “dichiarazione d'indipendenza”. La loro eredità ideologica è stata raccolta da band che popolano la scena attuale come Coral, Bloc Party, Libertines, Strokes, Long Blondes, Klaxons, Franz Ferdinand (se vogliamo citare i più famosi, anche se non per forza i più significativi), ognuno dei quali ha poi risentito di un preciso contesto, come quello dei nightclubbers newyorkesi, della new wave nella quale sono rimaste tracce di elettronica, del punk ispirato dall'eroina, o del revival della rave culture degli Stone Roses.

Al giorno d'oggi il tutto si è sviluppato ed ampliato sino a comprendere una sensibilità che coinvolge i più disparati aspetti della vita quotidiana, come (oltre alla musica, ovviamente) cinema, abbigliamento, cibo e letteratura. “Oggetti di culto” come iPod, Converse, film sul crimine, tshirt a righe orizzontali, jeans strettissimi, pur essendo leggermente sputtanati (ma non ce la prendiamo, accade con qualunque tipo di movimento culturale) sono parte, seppur non vincolante, di un modo di vedere le cose che si ispira fortemente al passato (nel nostro caso la parola chiave, sputtanata anch'essa, è “vingtage”, ossia, per farla semplice, andare a ripescare ad esempio i migliori capi d'abbigliamento dei nostri genitori impossibili da trovare odiernamente) per ammortizzare l'impatto col futuro.

(Lorenzo)

ALTA FEDELTA'
Di Nick Hornby.

Robert Fleming viene lasciato dalla compagna Laura per poi ritrovarsi in breve tempo a tirare le somme sulla vita di un trentacinquenne scapolo e insoddisfatto, la propria. Possessore di un negozio di dischi, il Championship Vinyl (lo so, è un nome favoloso), la cui attività non va esattamente a gonfie vele, condivide gran parte del proprio tempo lavorativo con Dick e Barry, i due commessi, con i quali si diverte a trascorrere i frequenti tempi morti tra un acquirente e l'altro stilando classifiche su ogni genere di cose, prevalentemente musica (ad esempio, le cinque migliori “openers” della storia o i cinque migliori pezzi che abbiano come argomento la morte), ma anche televisione, film, o qualsiasi altro tema, purchè goda di una certa originalità, come la top five delle più grandi delusioni sentimentali della vita di Robert con la quale si apre il libro. Da questa poco approfondita descrizione della trama si dovrebbe già desumere che Alta Fedeltà è una storia di vita quotidiana, vissuta da persone semplici che tuttavia si trovano alle prese con grandi problemi, seppur provocati dalle loro semplici situazioni di base, contestualizzate nelle loro semplici esistenze. Il protagonista è una persona comune, che come molti di noi non si accorge di quanto fragili siano le basi su cui poggiano i pilastri della propria esistenza, tant'è vero che è sufficiente l'allontanamento di laura a scatenare in lui un'infinità di dubbi sul pensiero femminile, sulle relazioni sociali, sul sesso, finchè egli vedrà infine vacillare l'unica fonte di sicurezza che per tutta la durata della storia sembra inoppugnabile, il suo vanto, la sua presunzione, il suo vizio, quello di partire dalla musica per conoscere il mondo, e, più in particolare, le persone. Tutto questo viene raccontato con l'accompagnamento di una sottile ironia che a volte ha del grottesco, in parte voluta da Robert stesso, a volte generata soltanto nel lettore, che da terza persona può vedere e capire cose che investono i personaggi e spesso impediscono loro di gettare uno sguardo oggettivo. Arricchita con numerosissime citazioni musicali (che ci fanno conoscere l'autore in veste di grande esperto anche in questa materia) e interessanti riferimenti alla cultura giovanile inglese nel bel mezzo dei 90s, questa storia ha sin dall'inizio il sapore di una di quelle storie che hanno del dolceamaro, qualcuno sarà appagato, qualcuno prenderà le cose come vengono, qualcuno si ricrederà facendo finta di no e qualcuno avrà capito qualcosa in più sulla vita che prima non aveva (o forse non avrebbe mai) capito, lettore compreso.

(Lorenzo)




Articoli Gennaio #1

PARAFRASI SOCIALE
Cinque lunghi, lunghissimi anni. Ne sono passati proprio tanti, da quando Ilvio Furtosconi ha vinto le estrazioni governative. Contro ogni previsione dell’ Unione, confederazione di tutti i partiti schierati in basso nel palazzo del comando, La capanna delle Libertà (di evadere le tasse), concilio di tutti i gruppi che lavoravano nei piani alti del palazzo sopra citato, aveva stravinto battendo l’avversario proposto dallo schieramento nemico di riffa, Cesco Checifaccioquielli. Una volta vinto, tutto il popolo dei bassi era rimasto esterrefatto: ma come!, si domandavano, chi ha potuto votare Furtosconi? Non eravamo la maggioranza? Tu chi hai votato? Io… veramente… sai, ha promesso che ci avrebbe fatto pagare di meno… ai piani bassi mica si guadagna tanto, io ho una famiglia, degli interessi, l’assicurazione da pagare, mia moglie che vuole partire per le Maldive, il figlio che invece vuole la Gametendo 9… Ah, effettivamente, ma che rimanga un segreto tra noi: anch’io l’ho votato, aveva promesso che mi avrebbe condonato quella mia villa…ricordi… in riva al mare accanto a quel parco protetto…

Scioperi, cortei e manifestazioni scandiscono la normale vita del Regime: come da sempre, quando a governare sono gli alti, i bassi manifestano e si oppongono a qualsiasi riforma, e viceversa. E’ un ottimo metodo per socializzare: la gente il sabato pomeriggio esce, raggiunge piazza del Regime Repubblicano nella Capitale, incontra gli amici di sempre, compra una maglietta di Elardo “Tzè” Giaguara, eroe della rivoluzione in K., si fa un bel panino e un po’ di vino, e poi, rosso in faccia e allegro, giù con i canti ed i cori contro la fazione nemica! Tutto proce liscio, come sempre: il livello di civiltà è arrivato ai gradi più alti mai raggiunti nella Storia grazie all’apporto di tutti i politicanti e al nuovissimo e fulgido Regime Repubblicano. La Regimocrazia, evoluzione della vetusta ed oramai inutile democrazia, richiede poca applicazione e partorisce enorme compiacimento. Eliminate tutte le idee, le ideologie, le speranze, gli odi, quindi eliminati tutti i vecchi partiti, ecco sorgere il nuovo sole tanto bramato, che irraggia splendore e sicurezza. La Regimocrazia adora la semplicità: via i grandi numeri, dentro due soli grandi conglomerati: l’Unione dei Bassi e la Casa delle Libertà(di evadere le tasse) degli Alti. Via ogni possibilità di pensare ed agire: dal giorno della Fondazione, tutto il popolo non deve più annoiarsi e crucciarsi per i problemi del Regime. Le nuove formazioni politiche si occupano di tutto, si addossano loro tutte le noie, le scartoffie, le discussioni barbose, stilare le nuove, meticolose, perniciose, infruttuose leggi del Regime. Il popolo non deve più pensare a niente, può lavorare tranquillo e produrre al massimo senza distrazioni né inutili sogni perditempo: esso dovrà solamente ricordarsi, ogni cinque anni, di andare nella scuola ad ognuno più vicino ed inserire un apposito fogliettino nell’apposita urna, apponendo sopra la propria, inequivocabile, X onde indicare chi, nella propria opinione, questo quinquennio dovrà lavorare, e quindi affaticarsi di più (poverini), tra gli alti e i bassi. Certo, il Regime Repubblicano si rende conto che questo fatto è un inquinamento proveniente niente di meno che dalla vecchia e nociva democrazia, che aveva sconquassato il paese, con i suoi sommovimenti, dissidenti, banditi, brigatisti, soldati, golpe, marce, scioperi e cortei. Ma stiamo pur tranquilli: file, schiere di burocrati stanno lavorando, nel centro del Palazzo Governativo, per trovare un modo per eliminare anche il voto quinquennale e rendere finalmente tutti noi liberi da ogni cruccio. Niente più scelte complicate: Alti e Bassi propongono le stesse cose, così è più facile scegliere, e soprattutto discutere tra amici. La Regimocrazia, poi, piace a tutti: nei giornali, ai TG, sentite parlare di qualcuno che disside, con altri metodi, magari ripresi proprio da quelli della vecchia democrazia? Assolutamente no, sui giornali e nei TG si sente solo di vandali scellerati e teppisti, mica di persone che pensano! Tutto è perfetto, finalmente l’uomo ha raggiunto la sua forma comunitaria perfetta. VIVA LA REGIMOCRAZIA!

(Simone)



INCURSIONE

Fzzz…Fztk…Prova. Prova. Sei in onda, vai.

Cari giornalispettatori, un caloroso salve. Quella che state leggendo è un’intromissione da parte del Comitato di Liberazione. Capisco il vostro stupore, ma, come vedete, la repressione della Regimocrazia non è così forte come sembra. Noi esistiamo, ed ora, in questo piccolissimo spazio, prima che ci vengano a pestare e poi ad arrestare, vogliamo raccontarvi una storia, quella per eccellenza: ospite speciale, per stasera, è, applausi, Madama Realtà.

Aprite i vostri occhi, e assaporate quello che avete attorno, l’aria che non avete più respirato. Quella risma di politicanti di cui, ogni cinque anni, andate a barrare il nome vi sta, lentamente, annichilendo ogni facoltà di ragionare, pensare criticamente. Vi hanno tolto la rabbia contro ogni sfruttamento, anche il vostro: vi hanno convinto che è giusto ed utile per la crescita di tutti, vi hanno incatenato alla miseria ed alla precarietà sorridendovi mentre stringevano le catene, raccontandovi barzellette ed eludendo le domande compromettenti, blaterandovi di un mondo che, ora, è di pace, e dove voi, prima o poi, sarete ricchi come gli altri. Vi hanno spogliato della vostra indignazione, vi hanno conformato all’accettazione di ogni paradosso e di ogni sopruso ad opera dello Stato, in nome della Giustizia che però si è persa e non è mai più ritornata. Vi hanno convinto che, per essere qualcuno, bisogna correre più veloce degli altri, e, all’occorrenza, fare lo sgambetto al vicino che corre più forte. Eliminare gli ostacoli ad ogni costo, questo è il motto. Vi hanno raccontato storie di mangiabambini, altre nelle quali discutere e ragionare non serve a niente: vi hanno espropriato del vostro diritto al pensare liberamente, regalandovi solo il suo ricordo e il pensiero che ancora vi appartenga. Per non farvi arrabbiare della vostra condizione, vi propinano ore ed ore di programmi TV pieni di luci, colori, festoni ed allegria, di begli uomini e modelle mezze nude, di reality fasulli e pilotati nei quali immergere le vostre esistenze e crearvi una vita diversa, idealizzata, chiusa nel cassetto ed irraggiungibile. Vi regalano, ancora, telefilm impazziti, senza nessuna trama e nessuna fine, film d’azione dove un eroe salva il mondo dal mostro finale, libri pieni di favolette belle e dal linguaggio idealizzante che dicono quasi sempre niente. Dietro tutto questo, eppure, qualcosa deve esserci. E c’è. Guerre in tutto il mondo, decine di morti ogni giorno, in terre lontane e di confine, abbastanza lontane da essere dimenticate e, contemporaneamente, regalare gioia patriottica al popolo sottomesso. Ti fanno odiare il diverso lontano, così da non farti provare compassione nei suoi confronti, o quantomeno non abbastanza da impedirgli di continuare la loro guerra. Perché ci tengono tanto? Perché la guerra vuol dire conquista economica, vuol dire energia, petrolio, risorse di tutti i tipi, soldi, guadagni, influenza sugli altri Regimi. La guerra è l’ultima fonte d’alimentazione per il sistema economico vorace del Regime.

Mentre da una parte si guerreggia per arricchirsi, nei propri territori viene combattuta una guerra più sottile ma quasi altrettanto efficace: si taglia tutto il tagliabile, si incentiva ogni grande produzione, si nascondono i grandi crac finanziari sino all’inevitabile. Per risparmiare ed aumentare i guadagni, si taglia la vita delle persone, regalandogli lavoro a tempo determinato e precarietà, dubbi su ogni futuro possibile, rendendolo così ancora più schiavo della produzione, necessaria a questo punto in ogni momento della propria vita, se si vuol sopravvivere.

Ed ancora: si spacciano per donatori solidali, ed invece estirpano e distrugg…fzzz… fzkgtkgk… pum! Pum! BANG! Tump.

“Siamo spiacenti per l’interruzione, i programmi riprenderanno al più presto. Grazie.”

(Simone)

INCHIOSTRO G8, la memoria è un ingranaggio collettivo

Sono passati quattro anni da quel lontano luglio del 2001. Nella memoria di tutti sono rimaste impresse le immagini delle giornate di Genova, quelle giornate che sono entrate nella storia ufficiale come la dimostrazione di quanta violenza, cattiveria e vacuità ci sia nel movimento no-global. Nessuno ricorda più bene ciò che accaduto:la memoria, a volte, va a Carlo, il compagno ucciso dalle guardie che combattevano gli “eversivi”; si ricorda ancora più di rado l’assalto alla Diaz… e basta. Ciò che più è rimasto vivo nella memoria della gente sono le cariche della polizia, gli scontri, ma soprattutto il fatto che, ad avere ragione, fossero le guardie. Si ricordano quei tizi vestiti di nero, che chiamammo “black block”, e si ricorda che furono loro a portare scompiglio. Insomma, tirando le somme, furono i manifestanti ad avere tutte le colpe, furono loro a scatenare tutto e a meritarsi tutto quanto. Almeno, questo è quello che dice la gente, quella gente media che ascolta i tg e legge i giornali regolarmente, e si considera attenta osservatrice degli sviluppi della politica e dell’attualità italiana e del mondo.

Ma che fine hanno fatto tutti quei ragazzi pestati, come stanno andando avanti i processi, cosa successe realmente alle giornate di Genova? Certamente la realtà non è raccontata dai media ufficiali, da quelli che noi tutti conosciamo. Come in più occasioni, le nostre tv hanno dato dimostrazione di come sia più importante trasmettere lo show dei pestaggi senza alcuna spiegazione, e quanto quelle poche concesse siano univocamente provenienti dal Governo. Per scovare un fondo, un senso a quella cronaca, autonomamente è necessario trovare una via, un canale per scoprire fatti altrimenti ignoti, volutamente nascosti e fatti dimenticare. Venticinque ragazzi sono sotto processo, venticinque ragazzi arrestati ed accusati di devastazione e saccheggio. Chi si ricorda di loro? Nessuno, perché nessuno ci ha mai parlato di loro. Ma qualcuno che ancora ama la verità c’è: ed ecco che nasce il Genova Legal Forum, un gruppo di avvocati che si è riunito e ha deciso di sostenere quei giovani, per difenderli dalle accuse fattegli da uno Stato che, in quella città, fu la vera bestia colpevole. Ma i processi costano, ed è per questo che in tutta Italia si organizzano incontri, feste, concerti, per radunare soldi. Non ci è permesso scordare i fatti, è nostro dovere indagare sulla verità, e sostenerla, come ultimo barlume di speranza per un mondo migliore: solo con il trionfo di essa potremo cambiarlo.

Ma insieme a quei ragazzi, i processi sono aperti anche per altre persone: a sorpresa, sotto processo c’è anche qualche poliziotto. Sorprende sapere che, nonostante tutti sappiamo che quei processi non li vinceremo mai, qualcuno si è ricordato degli assalti bestiali e vigliacchi alla scuola Diaz, Bolzaneto, l’assalto alle tute bianche. Quarantasette tutori dell’ordine sono sotto accusa per lo sgombero della scuola nella quale, una volta entrati, hanno massacrato gli occupanti, facendoli uscire tutti quanti in barella e poi dritti all’ospedale. Sono accusati di aver adotto dei documenti falsi per l’autorizzazione allo sgombero, non per il massacro, ma comunque è un inizio. Un inizio per smascherare le bestie di Genova, quegli assassini che non hanno guardato in faccia a nessuno pur di scaricare la loro violenza tra i vicoli, per incutere paura in ogni uomo e donna, in maniera tale che situazioni come Genova non si ripetano più: e ci sono riusciti, Genova è rimasta da sola, non si è mai più ripetuta. La paura ha dilagato, paura che si può sconfiggere solo con la verità. Quella che si conquista lottando, in ogni momento, facendo informazione e sostenendo chi si batte per lei.

Mai essere da meno.


Ciao a tutt*!

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