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lunedì 22 gennaio 2007

Articoli Gennaio #2

LAST.FM: LA MUSICA CHE UCCIDE LA MUSICA


La teconolgia è una pacchia per tutti. Gli mp3, la più grande invenzione del nuovo secolo. Lo so che è appena iniziato, ma potranno superarsi soltanto inventando un formato più sofisticato e versatile dell'mp3. E anche se dovesse accadere il mio discorso sarebbe comunque valido. Dicevamo. Oggi scarichiamo musica alla grande, il mulo, i myspace, procurarsi una bella collezione di dischi è facile. Io sono uno di quelli conservatori, sull'argomento. Voglio dire, anche io uso l'iPod, lo vendono, non posso farmi sfuggire una simile comodità. Tuttavia, pur preferendo, se devo ascoltare un album come Dio comanda, comprare il vinile in un negozio dell'usato e spararmi lato A e lato B sul divano con una birra fredda in mano, non mi soffermo a fare una predica che nessuno ascolterebbe e che risulterebbe, alla fin fine, neanche troppo intelligente. Voglio parlarvi di last fm e delle cazzate simili a questo programma. Per chi non lo conosce, tu inserisci un genere musicale, o più (è molto ben fatto devo dire, va dal rock all'indie baggy-rave pop), oppure un artista, o più e il suddetto coso ti trova una playlist coerente con i tuoi parametri di ricerca, proponendoti nel frattempo musica simile a quella che stai ascoltando, bastano un paio di click. Ecco, io temo che con last fm siamo all'inizio (o forse siamo già in fase anvanzata ma non ditemelo, non ci dormirei la notte) di un processo di impoverimento della genuinità della musica moderna. I tempi e i modi cambiano per qualunque cosa, devono cambiare, è bene che cambino. Ma così, e ripeto questo è solo l'inizio di un fenomeno, rischiamo di far passare di moda il naturale passaparola, ossia il metodo più spontaneo e romantico di diffondere conoscenza musicale, nonché il più oggettivo metodo di scrematura e selezione. Più semplicemente, se una band che ho appena scoperto merita, telefono ai miei amici e gli dico di procurarsi il disco, se non mi piace glielo nego, si tratta di premiare o non premiare. I nostri genitori compravano 33 giri, se era cosa gradita, registravano una o più copie in cassetta e le facevano girare. Ora se questo processo deve avvenire scambiandoci gli mp3, che avvenga pure, tanto di diritti d'autore si violavano prima come si violano ora, l'importante è che la cosa ci venga da dentro. E' vero come ho già detto che la cultura si evolve nelle proprie forme e a seconda dei tempi, ma qualcosa dovrebbe rimanere tutelato, almeno da chi ne ha facoltà e possibilità.


(Lorenzo)


MUSICA INDIE
Quello che tu ascolti oggi, io lo ascoltavo cinque anni fa.

La musica indie, contrariamente a quanto i più sono portati a pensare, si distingue da tutto il resto non per particolari sonorità, ma per le vie con cui viene prodotta e commercializzata, ed è impossibile da circoscrivere storicamente come fenomeno, avendo esempi validi in quasi ogni epoca della modernità. Il termine "indie" è abbreviazione e, per così dire, familiarizzazione dell'aggettivo di lingua inglese "independent", che denota appunto la non appartenenza, da parte di un artista, ad una delle quattro major (EMI, Warner, Sony e Universal) che gestiscono un'altissima percentuale del mercato discografico. Un'etichetta indie è controllata da un numero ristretto di persone, e la sede è spesso collocata in luoghi non propriamente adatti ad ospitare un ufficio o una sala d'incisione, come scantinati, garage, o comuni stanze d'appartamento. Per l'aspetto prettamente sonoro, è fondamentale la concezione dello stile lo-fi, ossia “bassa fedeltà”, ad indicare una produzione effettuata con i mezzi che una persona qualunque può possedere, e che ovviamente non garantiscono un risultato impeccabile, ma sufficientemente affascinante da spingere moltissimi professionisti a far apparire, in modo artificiale, la propria opera come un album fatto in casa; da ciò consegue anche un modo originale di distribuire quello che si crea, poiché ovviamente nessuna grande catena acquisterà mai copie dell'ep di una band sconosciuta registrato in un sottoscala con un semplice pc portatile: un tempo, i Velvet Underground regalavano vinili confezionati in buste di carta con la trackist scritta a pennarello nero, oggi molti scelgono le vie gratuite di internet con il formato mp3. Se proprio sentiamo la necessità di un contesto storico, il meglio che si può fare è attribuire ai liverpooliani La's il merito di aver reso alla portata di tutti il fenomeno (almeno per quanto riguarda il mercato europeo), scatenando una reazione che davvero nessuno si aspettava all'uscita del loro secondo singolo "There She Goes". In realtà i La's sono forse l'emblema di tutto ciò, fino al punto che Lee Mavers, autore di tutte le canzoni contenute nel loro unico disco, continuando a rimandare la data di pubblicazione del disco, venne informato un giorno che i suoi produttori, stanchi di tutto ciò, avevano mandato "in stampa" i demo delle canzoni che sarebbero dovute comparire nella versione definitiva, e fu costretto a partire controvoglia per un tour dopo il quale sciolse la band, colto da enorme frustrazione, come estrema “dichiarazione d'indipendenza”. La loro eredità ideologica è stata raccolta da band che popolano la scena attuale come Coral, Bloc Party, Libertines, Strokes, Long Blondes, Klaxons, Franz Ferdinand (se vogliamo citare i più famosi, anche se non per forza i più significativi), ognuno dei quali ha poi risentito di un preciso contesto, come quello dei nightclubbers newyorkesi, della new wave nella quale sono rimaste tracce di elettronica, del punk ispirato dall'eroina, o del revival della rave culture degli Stone Roses.

Al giorno d'oggi il tutto si è sviluppato ed ampliato sino a comprendere una sensibilità che coinvolge i più disparati aspetti della vita quotidiana, come (oltre alla musica, ovviamente) cinema, abbigliamento, cibo e letteratura. “Oggetti di culto” come iPod, Converse, film sul crimine, tshirt a righe orizzontali, jeans strettissimi, pur essendo leggermente sputtanati (ma non ce la prendiamo, accade con qualunque tipo di movimento culturale) sono parte, seppur non vincolante, di un modo di vedere le cose che si ispira fortemente al passato (nel nostro caso la parola chiave, sputtanata anch'essa, è “vingtage”, ossia, per farla semplice, andare a ripescare ad esempio i migliori capi d'abbigliamento dei nostri genitori impossibili da trovare odiernamente) per ammortizzare l'impatto col futuro.

(Lorenzo)

ALTA FEDELTA'
Di Nick Hornby.

Robert Fleming viene lasciato dalla compagna Laura per poi ritrovarsi in breve tempo a tirare le somme sulla vita di un trentacinquenne scapolo e insoddisfatto, la propria. Possessore di un negozio di dischi, il Championship Vinyl (lo so, è un nome favoloso), la cui attività non va esattamente a gonfie vele, condivide gran parte del proprio tempo lavorativo con Dick e Barry, i due commessi, con i quali si diverte a trascorrere i frequenti tempi morti tra un acquirente e l'altro stilando classifiche su ogni genere di cose, prevalentemente musica (ad esempio, le cinque migliori “openers” della storia o i cinque migliori pezzi che abbiano come argomento la morte), ma anche televisione, film, o qualsiasi altro tema, purchè goda di una certa originalità, come la top five delle più grandi delusioni sentimentali della vita di Robert con la quale si apre il libro. Da questa poco approfondita descrizione della trama si dovrebbe già desumere che Alta Fedeltà è una storia di vita quotidiana, vissuta da persone semplici che tuttavia si trovano alle prese con grandi problemi, seppur provocati dalle loro semplici situazioni di base, contestualizzate nelle loro semplici esistenze. Il protagonista è una persona comune, che come molti di noi non si accorge di quanto fragili siano le basi su cui poggiano i pilastri della propria esistenza, tant'è vero che è sufficiente l'allontanamento di laura a scatenare in lui un'infinità di dubbi sul pensiero femminile, sulle relazioni sociali, sul sesso, finchè egli vedrà infine vacillare l'unica fonte di sicurezza che per tutta la durata della storia sembra inoppugnabile, il suo vanto, la sua presunzione, il suo vizio, quello di partire dalla musica per conoscere il mondo, e, più in particolare, le persone. Tutto questo viene raccontato con l'accompagnamento di una sottile ironia che a volte ha del grottesco, in parte voluta da Robert stesso, a volte generata soltanto nel lettore, che da terza persona può vedere e capire cose che investono i personaggi e spesso impediscono loro di gettare uno sguardo oggettivo. Arricchita con numerosissime citazioni musicali (che ci fanno conoscere l'autore in veste di grande esperto anche in questa materia) e interessanti riferimenti alla cultura giovanile inglese nel bel mezzo dei 90s, questa storia ha sin dall'inizio il sapore di una di quelle storie che hanno del dolceamaro, qualcuno sarà appagato, qualcuno prenderà le cose come vengono, qualcuno si ricrederà facendo finta di no e qualcuno avrà capito qualcosa in più sulla vita che prima non aveva (o forse non avrebbe mai) capito, lettore compreso.

(Lorenzo)




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